Dove finisce l’acqua – Ae 75

L’emergenza siccità è cronica. Piove meno, senza dubbio. Ma il problema sta anche nella cattiva gestione delle risorse idriche, negli sprechi e negli interessi “di bottega”. Centrali elettriche e piste da sci comprese Basta che piova un po’ di meno…

Tratto da Altreconomia 75 — Agosto 2006

L’emergenza siccità è cronica. Piove meno, senza dubbio. Ma il problema sta anche nella cattiva gestione delle risorse idriche, negli sprechi e negli interessi “di bottega”. Centrali elettriche e piste da sci comprese


Basta che piova un po’ di meno o un po’ di più del solito e siamo subito in emergenza.

In realtà sui temi ambientali l’emergenza è cronica, segno che i danni e le ferite sono ormai talmente profondi che basta un niente per andare incontro a catastrofi. Fino a qualche anno fa l’emergenza idrica riguardava il Sud d’Italia, nelle ultime estati investe invece il bacino del Po e le regioni che su esso si affacciano, cioè una delle zone più piovose del Paese. Qui infatti cadono 1.108 millilitri di pioggia l’anno (media tra i 2.000 di massima e i 700 di minima). Per avere un termine di paragone si consideri che nelle zone aride del pianeta non si superano i 250 millilitri l’anno di precipitazioni.

Il problema, per la pianura Padana, non è la mancanza d’acqua ma la sua gestione. Nello scorso luglio il Wwf ha realizzato un sintetico ma prezioso rapporto intitolato “Bacino del Po: quale siccità?” (www.wwf.it) nel quale documenta che “la situazione è grave non tanto e non solo per la ‘siccità’ odierna, ma per la ormai cronica alterazione degli equilibri idrogeologici e ambientali”. Inutile quindi occuparsi delle “crisi” stagionali: serve invece la capacità di intervenire sulle cause dei fenomeni ambientali e di prevederne (senza interessi di bottega) l’evoluzione. “Il governo della complessità -scrive Andrea Agapito Ludovici, curatore del rapporto- è il problema fondamentale”.

Nevica e piove di meno (è indubbio), ma prima di questo esistono paradossi quotidiani: per esempio la portata media annua del Po è di 1.470 metri cubi al secondo mentre i diritti di prelievo (usi domestici, industriali e per l’agricoltura) sono pari a 1.850 metri cubi al secondo. Stando così le cose è un miracolo che nel Po ci sia ancora, nella secca estiva, un filo d’acqua. Preleviamo troppa acqua dai fiumi e rischiamo di ucciderli.



Ma c’è un’altra contraddizione sulla quale capita raramente di soffermarsi. Da un lato infatti i nostri fiumi sono vuoti, dall’altro sono pieni come non mai i serbatoi alpini. Ad esempio i serbatoi a monte del lago di Como avevano immagazzinato 45 milioni di metri cubi d’acqua il 9 aprile, 152 milioni l’11 giugno e 189 il 9 luglio, quando tutta la pianura pativa per la siccità!

Il fatto è che “con la liberalizzazione del mercato dell’energia i prezzi sono determinati dall’andamento della Borsa dove, mediamente, nei mesi di aprile-maggio-giugno, i prezzi dell’energia elettrica (quindi anche di quella prodotta dall’idroelettrico) sono più bassi”.

Nel 2005 i prezzi di luglio sono stati del 20% più alti rispetto a quelli del mese precedente con punte anche del 27,7% (nelle ore di picco di domanda, quando appunto si ricorre all’energia elettrica a bacino). È facilmente comprensibile che i gestori dei bacini idrici di montagna abbiano deciso di tenere per sé l’acqua.

Sotto accusa gli interessi di bottega dunque, non solo gli andamenti climatici. E poi gli sprechi: ci sono usi sottovalutati dell’acqua, per esempio quello per l’innevamento artificiale delle piste da sci. Per i 24 mila ettari di piste  dotate di cannoni da neve occorrono dai 52 ai 95 milioni di metri cubi d’acqua per stagione: il consumo domestico annuo di una città di oltre un milione di abitanti. E gli usi agricoli: vista la situazione bisognerebbe promuovere tecniche di irrigazione più efficienti e colture che abbiano meno bisogno di acqua. Inoltre bisognerebbe considerare una tariffazione diversa: l’agricoltura paga a superficie irrigata e non a quantità d’acqua consumata.



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