Cultura e scienza / Opinioni

Dobbiamo alimentare la sete della conoscenza

Viviamo una dittatura del presente, figlia di una dannosa inimicizia verso il passato. Da ribaltare, come dimostra un fortuito episodio agostano. L’editoriale di Tomaso Montanari, “Un volto che ci somiglia”

Tratto da Altreconomia 186 — Ottobre 2016
La Grotta dei Santi, sulla costa sudorientale del Monte Argentario

L’ultimo libro di Sandra Bonsanti (il bellissimo Canto della libertà, Chiarelettere) isola con precisione uno dei germi che contribuiscono a diffondere la peste morale e culturale che sfigura la vita pubblica italiana: “l’inimicizia verso il passato”. È proprio così: la dittatura del presente, questa incapacità di trovare nel passato la forza per costruire un avvenire diverso, ci inchioda a non cambiare mai, ci costringe a rimanere in qualcosa che non si riesce a chiamare futuro, perché è solo un’estensione del presente. E, allora, ogni improvvisa rottura della superficie piatta dell’attualità può essere una finestra da cui appare una prospettiva nuova: un modo radicalmente diverso di guardare il mondo.

È ciò che mi è successo in pieno agosto, durante un’uscita in canoa con i miei figli intorno alla costa sudorientale del Monte Argentario. Nella Cala dei Santi ci siamo imbattuti in un’enorme grotta che si apre nella parete di roccia, a pochi metri sul livello del mare. Ci siamo arrampicati, e siamo entrati: indimenticabile lo stupore sul volto dei piccoli, quando i nostri occhi -storditi dal passaggio tra il sole calcinante e l’ombra freschissima, odorosa di terra- si sono aperti su un vasto pianoro, coperto da una volta di stalattiti gocciolanti.  Una vasta porzione del terreno era coperta di teli, fermati con copertoni d’auto, delimitata da un cordone di plastica da cui pendevano alcuni cartelli. Ebbene, quei cartelli sono stati letti con una voracità che inutilmente i libri di scuola vorrebbero per sé: quasi fossero messaggi di un misterioso popolo del mare, segnali da un’Atlantide domestica. E in effetti era un po’ così: a scrivere era un’équipe di studiosi (paleontologi, geologi, archeologi preistorici…) appartenenti a istituti di ricerca, soprintendenze, università italiane e straniere.

Già, perché la Grotta dei Santi (nota fin dalla metà dell’Ottocento, ispezionata più volte e ora oggetto di scavi e studi approfonditi) ha restituito uno spettacolare campionario di ossa di grandi erbivori (cervi, stambecchi, caprioli, uri) e dei loro nemici carnivori (dal leopardo alla iena maculata), probabili padroni di casa. E poi, ecco gli strumenti di altri proprietari: gli uomini di Neanderthal che, in fasi diverse, vissero qua e scheggiarono selci raccolte sullo stesso Monte Argentario. Sono bastate queste poche notizie a proiettarci in un altro mondo: affacciandosi dall’apertura della Grotta non vedevamo più il mare, ma l’enorme prateria che sorgeva proprio lì, cinquantamila anni fa. Non vedevamo più le barche, ma i nostri progenitori che rientravano portando un cervo. I cartelli davano il benvenuto ai visitatori, e chiedevano di non alterare lo scavo, annunciando la ripresa della ricerca, in autunno.

“Se torniamo l’anno prossimo ne sapremo di più?”: la sete della conoscenza aveva fatto irruzione nel blu spensierato del mare d’agosto. Una pioggia di domande cominciava a fecondare quella giornata: un gioco di mare era diventato qualcosa di più, l’occasione per scoprire che non tutto è sempre stato così, e per rimetterci nella giusta prospettiva. Non quella dei signori del creato e della storia, ma di temporanei abitanti di una terra che è già stata di altri. E che dobbiamo lasciare a chi, tra 50mila anni, scoprirà, in quella grotta, anche i nostri passi di quest’agosto 2016.

Tomaso Montanari è professore ordinario di Storia dell’arte moderna all’Università di Napoli. Il suo ultimo libro è “Privati del patrimonio” (Einaudi, 2015)

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