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Opinioni

Dissesto idrogeologico: quattro appunti per una riforma

Frammentazione di competenze, continui interventi legislativi, mancanza di risorse finanziarie (o impossibilità di spendere), assenza di personale qualificato sono "limiti" su cui intervenire per avviare un vero piano di risanamento del territorio, ed evitare tragedie come quello che segnano l’autunno del 2014. Il commento di Alessandro Volpi

Il dissesto idrogeologico costituisce ormai uno dei temi cruciali della vita nazionale sia per i lutti che produce sia per gli enormi danni economici e sociali che ne derivano. Si potrebbe sostenere, anzi, che rappresenta la principale emergenza del paese perché estremamente difficile da affrontare in tempi brevi, data la molteplicità degli elementi che la compongono, dalla devastazione delle cementificazioni selvagge ai mutamenti climatici in grado di scatenare fenomeni metereologici violentissimi.
Rispetto a scenari così complessi, esistono tuttavia alcuni aspetti più specifici che possono essere affrontati con notevole rapidità e che contribuiscono invece, allo stato attuale, a provocare enormi problematiche.

1) Esiste una preoccupante sovrapposizione -in alcuni casi persino una duplicazione- di competenze che rende quasi impossibile l’efficacia reale dell’azione amministrativa e, al contempo, determina frequenti rimpalli di responsabilità, facilmente qualificabili nei termini dello “scaricabarile”. Si potrebbero fare una pletora di esempi di simili disfunzioni ma forse il paradigma più evidente è costituito dalle competenze sui corsi d’acqua, sottoposti ad un gran numero di autorità: la manutenzione ordinaria di tali corsi dipende infatti dai Consorzi di bonifica, mentre quella straordinaria è in capo alle Province, che di fatto non hanno risorse a disposizione e devono quindi ricorrere alla Regione; i ponti sono di competenza dei Comuni, che sono titolari anche della viabilità, insieme a Province e Stato; se poi il corso d’acqua è compreso in un sito di bonifica di interesse nazionale, allora qualsiasi movimentazione di terre che lo interessi ha bisogno di un’apposita, lentissima autorizzazione ministeriale, oppure da parte della Regione se si tratta di un sito di interesse regionale, naturalmente dopo aver ottenuto i pareri di Arpat. In estrema sintesi, tutto ciò significa che per compiere un’attività molto semplice e indispensabile come il dragaggio di un fiume occorre una sequenza di autorizzazioni “incrociate” per ottenere la quali servono purtroppo tempi lunghi ben poco conciliabili con le urgenze metereologiche. Qualora si dovesse mettere mano ad opere nuove, come arginature o ponti, alle competenze sopra ricordate dovrebbero aggiungersi le autorizzazioni del genio civile e di altre autorità di controllo. È del tutto palmare che siffatte catene di Sant’Antonio non siano conciliabili con la gravità dei rischi determinati dal dissesto idrogeologico e che è urgente una semplificazione, o meglio ancora un accentramento delle funzioni in capo ad un unico soggetto; in altre parole la logica del commissariamento, in genere adottata dopo i disastri, deve diventare la prassi ordinaria con una fisiologica unificazione delle competenze, che non può essere certamente surrogata dal già esistente potere di ordinanza nelle mani dei sindaci, in quanto tale prerogativa scatta solo in situazioni definite per legge “contingibili e urgenti”.

2)
Non sono più tollerabili continui cambi normativi, sia a livello nazionale che su scala regionale, perché le costanti modificazioni di regole fondamentali, pur rappresentando spesso un importante contributo alla tutela del territorio e al miglioramento delle condotte amministrative, rischiano di portare con sé fasi di transizione da cui possono nascere incomprensioni e vuoti di attribuzioni destinati a causare ritardi nella realizzazione di opere di prevenzione. Occorre avere ben presente la preoccupazione di “stabilizzare” il quadro di riferimento legislativo in modo tale che venga digerito dalle varie amministrazioni e possa dar luogo a comportamenti finalmente codificati in maniera uniforme. Nella medesima ottica sarebbe auspicabile una maggiore omogeneità nelle sentenze dei Tar che non di rado risultano decisive nella spinosa questione delle ordinanze in merito alle innumerevoli tombature del reticolo idraulico secondario.

3) Il contrasto al dissesto idrogeologico ha bisogno di risorse finanziarie che sono in larga misura spese di investimento, quindi quelle che gli enti locali reperiscono attraverso gli oneri di urbanizzazione o mediante l’indebitamento. In entrambi i casi si tratta di entrate “impossibili” in quanto gli oneri sono il risultato di aumenti del carico insediativo e quindi del peso antropico mentre l’indebitamento è di fatto non praticabile perché non più sostenibile per gli enti. Inoltre esistono i vincoli del Patto di stabilità che bloccano le poche disponibilità esistenti. Solo in virtù di un finanziamento strutturale inserito nelle leggi di stabilità, unito alle semplificazioni prima ricordate, sarà possibile migliorare sensibilmente le condizioni del territorio italiano.

4) C’è un’ulteriore necessità che dovrebbe essere affrontata rapidamente; le amministrazioni pubbliche, se non vogliono ricorrere alle consulenze, hanno bisogno di personale qualificato -ingegneri idraulici e geologi in particolare- di cui sono spesso carenti e che non riescono ad assumere per i vincoli del turn over. Forse anche per queste professioni sarebbero opportune deroghe al tetto delle assunzioni in quanto si tratta di figure sempre più indispensabili.

Quattro punti, non troppo difficili, possono comporre una riforma importante.

* Alessandro volpi, Università di Pisa

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