Economia / Opinioni

Il debito pubblico e la decisione di Sergio Mattarella

Nonostante le politiche del rigore degli ultimi anni e i vincoli di pareggio di bilancio inseriti in Costituzione, l’indebitamento non si è fermato. A marzo 2018 ammontava a 2.302 miliardi di euro, mentre il 70% dei titoli pubblici italiani messi sul mercato è comprato da soggetti “domestici”. Una situazione “rigida” nel cuore di un Paese che non cresce: i numeri “crudi” di Alessandro Volpi sono utili per poter leggere la scelta del Quirinale

Perché la nomina di un ministro ostile all’euro rappresenta una questione così decisiva per la vita politica italiana e rischia di minacciare seriamente il buon andamento delle relazioni istituzionali? Perché il presidente della Repubblica Mattarella, che ha accettato di conferire l’incarico ad un premier per molti versi anomalo rispetto alla prassi italiana, interpretando in maniera forse un po’ elastica la Costituzione, sembra essere molto più rigido su un singolo ministro?

Per dare una risposta ad una simile domanda è utile richiamare i numeri, molto crudi, del debito italiano. Secondo recenti stime, dal 2008 al marzo del 2018 il debito pubblico italiano è lievitato di circa 30 punti percentuali, passando dal 102,4 ad oltre il 132% del Pil e registrando un incremento in termini assoluti da 1.671 a 2.302 miliardi di euro nello stesso arco temporale. In altre parole, nonostante le politiche del rigore e i vincoli di pareggio di bilancio inseriti all’interno dell’articolo 81 della Costituzione, l’indebitamento non si è affatto fermato. Una condizione quindi molto diversa da quella realizzatasi tra il 1994 e il 2008 quando il rapporto tra debito pubblico e Pil migliorò di quasi 20 punti percentuali, interrompendo una lunga fase di peggioramento del medesimo rapporto, iniziata nel 1963, allorché la percentuale del debito sul Pil era ferma al 32%.

Il motivo principale del nuovo peggioramento del rapporto debito Pil dopo il 2008 è riconducibile al fatto che il Pil ha smesso di crescere restando inchiodato a poco più di 1.700 miliardi di euro e gli enormi sforzi di risanamento della finanza pubblica sono riusciti ad agire soltanto sul fronte del deficit annuo senza incidere sullo stock di debito che ha dunque continuato a crescere. Questa situazione molto particolare impone all’Italia tre condizioni pesanti.

Innanzitutto per il nostro Paese è indispensabile trovare compratori del debito pubblico perché senza il suo collocamento non è possibile pagare il gigantesco debito in scadenza, come accennato in pericoloso aumento, a meno che non si proceda a sottrarre risorse al pagamento degli stipendi pubblici e al finanziamento di buona parte della spesa pubblica, a partire da quella “obbligatoria” per sanità e pensioni. Nel 2018 le entrate dello Stato saranno pari a 567 miliardi di euro a fronte di una spesa di 578 miliardi, di cui 87,5 destinati agli interessi sul debito stesso. È evidente che se divenisse necessario utilizzare una parte delle entrate per coprire interessi che schizzassero verso l’alto in maniera da rendere più appetibile il nostro debito pubblico o, ancora peggio, se tali entrate dovessero essere impiegate per pagare il debito in scadenza, i conti pubblici italiani salterebbero rapidamente in aria e con essi buona parte del nostro Stato sociale. È altrettanto palese allora che se il Pil non cresce e il debito continua a salire, questo indispensabile collocamento sarà sempre più urgente e purtroppo difficile.

La seconda condizione è data dal fatto che ormai oltre il 70% dei titoli pubblici italiani messi sul mercato è comprato da soggetti “domestici”; si è progressivamente rarefatta infatti la domanda proveniente dall’estero. In altre parole, gli italiani sono diventati “proprietari” del loro debito. Una condizione che, se in parte rende tale debito meno instabile, determina però una ancora maggiore dipendenza della sostenibilità del debito stesso dal Pil nazionale. Ne accentua, in estrema sintesi, la rigidità. In un Paese che non cresce, è molto complesso trovare risparmiatori e investitori che comprano il debito nazionale, soprattutto quando i rendimenti sono bassi. Ma, qualora non ci fossero compratori nazionali e mancassero quelli esteri, i primi a subirne le conseguenze sarebbero proprio i risparmiatori italiani a cui non verrebbe rimborsato il valore dei titoli in scadenza.

Infine, è chiaro che per un Paese indebitato che non cresce risulta fondamentale la possibilità di finanziare il proprio debito appellandosi alla liquidità facile della Banca centrale europea (Bce) destinata a divenire, in tal modo, l’unica vera garante della tenuta di un intero “sistema Paese”. Ma perché ci sia liquidità facile da parte della Bce, con tassi bassi, bisogna che l’euro sia molto forte perché, in caso di un suo indebolimento anche solo parziale, la stessa Bce sarebbe costretta a restringere il flusso dei rubinetti della liquidità con conseguenze molto dannose per il nostro Paese. Certo ci resterebbe sempre la possibilità di ritornare alla moneta nazionale, stamparla in quantità industriali, scatenare il combinato disposto di svalutazione e inflazione e, se proprio servisse, dopo essere divenuti totalmente inaffidabili, tornare all’autarchia.

Università di Pisa

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia