Economia / Opinioni

I dazi della povertà. Così i protezionismi peggioreranno le cose

Ipotizzare l’autosufficienza nazionale rappresenta un modello economico che ha contribuito in maniera decisiva a dar vita ad un sistema di relazioni internazionali drammaticamente conflittuale destinato a trascinare il Pianeta nel baratro. La storia economica lo dimostra. In pochi l’hanno studiata. L’analisi di Alessandro Volpi

Il vulcanico presidente degli Stati Uniti ha annunciato una terza raffica di dazi contro la Cina “a protezione” dell’economia a stelle e strisce per un controvalore di 200 miliardi di dollari; una misura molto pesante che rischia di aggravare ulteriormente la situazione dei mercati internazionali dove stanno moltiplicandosi i vincoli e i limiti alla circolazione delle merci.

Sta aprendosi, in altre parole, una ruvida stagione protezionistica che, varata in nome della difesa degli interessi nazionali, pare destinata a generare effetti nefasti per una serie di ragioni facilmente intuibili. In primo luogo, appare chiaro che una diffusa ondata di restrizioni doganali tenderà a generare un brusco rialzo dei prezzi di molti prodotti; nell’età della globalizzazione infatti la produzione non avviene quasi mai in un unico Paese ma si snoda attraverso una catena complessa in cui i produttori di differenti Paesi comprano beni da altri produttori, li trasformano in parte e poi li vendono ad altri produttori ancora fino alla definizione del prodotto finale. Mettere dazi all’interno di questa catena significa così renderla più difficile e certamente più costosa per gli stessi produttori che devono rifornirsi a prezzi più alti. D’altra parte sono davvero poche le produzioni il cui ciclo si apre e si chiude in un solo Paese, permettendogli di mettere dazi senza subirne le conseguenze, e sarebbe decisamente arduo provare a riportare all’interno dei confini nazionali tutte le fasi produttive, soprattutto per quelle realtà come l’Italia che hanno bisogno di importare materie prime e semilavorati. Ma se si assiste ad una ripresa dell’inflazione, indotta dalla rinascita dei protezionismi, si avranno altri effetti non banali.

Diventerà inevitabile un rialzo dei tassi d’interesse da parte delle banche centrali che provocherà un rialzo del costo del denaro, destinato a rendere più difficili gli investimenti privati e il collocamento dei titoli dei debiti pubblici, il cui maggior costo limiterà ulteriormente i già striminziti investimenti pubblici. L’aumento dell’inflazione legata ai dazi innescherà anche un necessario e inevitabile rialzo dei salari che, a sua volta, stimolerà la stessa inflazione e dunque genererà un peggioramento degli effetti sopra ricordati. In quest’ottica, peraltro, si potrebbero scatenare tensioni proprio sull’adeguamento dei salari all’aumento del costo della vita dato il sempre più chiaro smantellamento dei sistemi di “scala mobile”, di agganciamento dei salari all’inflazione; uno smantellamento che risulta indolore nelle fasi in cui i prezzi non corrono ma che rischierebbe di divenire assai duro se i prezzi tornassero a salire rapidamente. In una simile prospettiva l’inflazione, determinata dai protezionismi, oltre a danneggiare i consumatori, sarebbe causa di forti tensioni sociali, con l’approfondirsi delle disuguaglianze all’interno delle economie nazionali e con il pericolo di scaricare sul costo del lavoro il tentativo di recuperare la competitività delle merci nazionali, aggravate dall’aumento degli altri costi, generato dalle pretese “autarchiche”. I protezionismi, in estrema sintesi, sarebbero causa di maggiore povertà per la diminuzione della capacità di acquisto generale dovuta sia all’aumento dei prezzi sia all’insufficiente adeguamento delle retribuzioni. Si tratta di un fenomeno ben conosciuto dalla storia economica contemporanea e di cui, purtroppo, pare si sia smarrita la lezione.

Già i grandi economisti classici, alle origini del processo di rivoluzione industriale, si batterono in Inghilterra per l’abolizione delle “leggi sul grano” che proteggevano, appunto, con rigidi dazi i produttori di grano inglese, un settore decisamente non competitivo rispetto alle agricolture estensive di altri Paesi dove era possibile invece produrre grano a bassissimo costo; quei dazi costringevano l’Inghilterra a fondare la propria ricchezza sul settore in cui era più debole. Ipotizzare l’autosufficienza nazionale, magari abbinata ad un sistema di accordi commerciali rigorosamente bilaterali, rappresenta un modello economico che, condannato nei primi trent’anni dell’Ottocento, ha contribuito in maniera decisiva, cento anni dopo, a dar vita ad un sistema di relazioni internazionali drammaticamente conflittuale destinato a trascinare il Pianeta nel baratro. Purtroppo è evidente però che il protezionismo “sovranista” non rappresenta una formula di politica economica ma interpreta, partendo dall’economia, un modello politico costruito sulla ricerca del consenso immediato che trova alimento in un sostanziale egoismo del tutto irrazionale. Nel caso di un’iperpotenza come gli Stati Uniti, un tale modello può spaventare i mercati e per un certo periodo condizionarli a proprio favore; per grandissima parte delle altre realtà del Pianeta condurrebbe al sicuro disastro.

Università di Pisa

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