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Da rifiuti a impresa

A Roma, dal 2005, c’è l’“Occhio del riciclone”, network per il riciclo popolare, artistico e artigianale “L’entusiasmo è un fattore economico contagioso”, spiega Aurelia mentre ci introduce nel suo regno, il negozio-laboratorio “Basura”, spazzatura in spagnolo. Aurelia Laurenti ha 26…

A Roma, dal 2005, c’è l’“Occhio del riciclone”, network per il riciclo popolare, artistico e artigianale


“L’entusiasmo è un fattore economico contagioso”, spiega Aurelia mentre ci introduce nel suo regno, il negozio-laboratorio “Basura”, spazzatura in spagnolo. Aurelia Laurenti ha 26 anni e Basura è la prima sartoria artistica italiana fondata solo sul riuso, una delle vetrine dell’“Occhio del Riciclone”, associazione e cooperativa romana che per ragione sociale ha il riciclo popolare, artistico e artigianale. Aggettivi che su tavoli e scaffali diventano prosaici sostantivi: macchine da cucire semindustriali, ferri da stiro, cartoni, camere d’aria, pelli, teli di camion, borchie, vestiti usati. Un inno alla trasformazione: qui tutto trova una nuova vita. “Il nostro lavoro -racconta Aurelia- è di restituire agli scarti il valore che avevano perduto”. Tutto si recupera. Anche i soci della cooperativa, a loro modo, sono dei “riciclati”. Sevla Sejdic, bosniaca 44 anni, 8 figli, viveva nel più grande campo rom d’Italia, Vicolo Savini a Roma, e si arrangiava insegnando danze gitane. Oggi è un’artista riconosciuta con una linea di gioielli in feltro recuperato dal nome palindromo: “Romamor”.

L’esperienza dell’Occhio del riciclone nasce quasi per caso. Un gruppo di artisti romani cerca un luogo dove lavorare. L’incontro con i rom, Sevla e Vasil, che hanno lasciato il campo e occupato un padiglione abbandonato, trovando nella stabilità abitativa la chiave del cambiamento. Alla prima occasione conviviale l’idea prende forma. Zero esperienza imprenditoriale. Zero euro in tasca. Il volàno, nel 2003, è il bando del Comune di Roma che dà seguito alla Legge Bersani (la 266/97, sugli interventi per lo sviluppo imprenditoriale in aree di degrado urbano). Nel 2005 si parte: 46 mila euro a fondo perduto per macchinari, messa a norma dei locali, prime rate d’affitto, acquisto dei materiali. Ma i soldi non bastano e ci vuole un mutuo. “Una scommessa -dice Aurelia-: cerchiamo di realizzare il nostro ideale etico, umano e ambientale”.

Non solo vestiti, ma sedie, sgabelli e una cucina realizzata con marmi di scarto e resina, una carriola per lavello.

Si rovesciano le convenzioni del mercato: “Non partiamo dalla ‘domanda’ del mercato ma da quello che troviamo”, spiega Aurelia. “Occhio del riciclone network”, la linea d’abbigliamento, ha una filiera caotica ma efficace. I vestiti acquistati dalle cooperative che hanno in appalto i cassonetti dei vestiti smessi, dai 10 ai 30 euro al sacco. Le camere d’aria e le cinture di sicurezza girando tra sfasciacarrozze e meccanici. E così via per la pelle, i fili e le cerniere di mercerie fallite. Gli abiti vengono disinfettati, smontati, riassemblati, le camere d’aria strigliate. Sotto le mani sapienti di Aurelia e Ciska -che lavora con lei a Basura- le camicie si “shakerano” e si scambiano asole e colletti, le cose cambiano pelle e prendono colore. Non è solo fantasia, ma ostinata volontà di recuperare e minimizzare lo scarto. “Pezzi unici. Una borsa può costare intorno ai 50 euro. La nostra sedia in camere d’aria incrociate 156 euro, il puff ‘di sicurezza’, con cinture, 150.

Ma i costi di un prodotto artigianale non si possono davvero quantificare”.

Anche Pietro Luppi, responsabile dell’area ricerca, è un “riciclato”: oggi è un antropologo ed economista del rifiuto. Per lui la parola magica è mutualità: “In un’economia solidale -spiega- ha un senso profondo mettere in comune le risorse”. Anche questo è un fattore economico. Pietro tratteggia il sistema di mutuo soccorso per “rimanere in vita mentre cresciamo”: Roberta, l’amministratrice, aiuta i rom con i permessi di soggiorno. Chi può si premura di trovare lavoretti ad Aurelia, perché possa campare mentre la sartoria si sviluppa. Ciska è stata ospite alcuni mesi a casa di Sevla, adottata dai rom.

E così via. “Ma entusiasmo e gratuità -aggiunge Pietro- non hanno a che fare con il volontariato: investiamo tempo e risorse per creare una nuova realtà economica”. Un’oasi di diversità e contaminazione culturale: tantissime donne; quasi metà dei soci di etnia rom, uno di loro siede nel consiglio d’amministrazione. Sevla racconta: “Ci siamo trovati bene a lavorare con i gagè (i non rom, ndr). Ho imparato molto, ho capito che le regole sono utili anche per noi”. Fantantropologia.

“E il business?”, chiedo. Pietro non fa una piega: “La nostra è una proposta artistica e commerciale unica: il network con altri artigiani rende più facile intercettare per intero la nostra nicchia; diversificazione e mutualità tra le aree della cooperativa ci permettono di stare in piedi: ricerca e formazione sostengono gli altri settori”.

E la cooperativa cresce, a vista d’occhio, come il manichino a cui, tra l’allegria dei presenti, Sevla espande magicamente seno e fianchi dalla 40 alla 48.

Aurelia invece è seria quando dice, con pudore: “Entro l’anno potremo darci un piccolo stipendio, ma ci sono altre cose impagabili. Questa per me è una famiglia”. Tutti nell’occhio del riciclone, per continuare a sognare senza perdere di vista l’obiettivo concreto: “Contratto a tempo indeterminato per tutti”.

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