Diritti / Approfondimento

Ecco come si viaggia in “crociera”. Il racconto di chi soccorre i migranti

Giovanna Scaccabarozzi, medico, ha affrontato ogni genere di urgenza sulle navi Ong: complicanze ostetriche, fratture di femori non trattate per mesi, violenze, ferite da arma da fuoco, tortura. Unico denominatore comune: la Libia

Tratto da Altreconomia 207 — Settembre 2018
© Twitter Open Arms

Il testo che pubblichiamo è un estratto dal libro “Alla deriva”, il nuovo progetto di Altreconomia edizioni che tratta dei migranti, delle rotte del Mediterraneo, del ruolo delle Ong e del naufragio della politica che nega i diritti per fabbricare consenso. Tra i contributi c’è anche quello di Giovanna Scaccabarozzi, medico che ha lavorato a bordo delle navi umanitarie nel Mediterraneo e nei porti di sbarco.

“I viaggi iniziano per lo più di notte, con la complicità del buio. Dai racconti di moltissimi testimoni, i gommoni vengono fatti mettere in acqua dagli stessi migranti che li portano a spalla dalla spiaggia. Ci sono diversi ‘standard’ di viaggio, verosimilmente legati alle quote pagate, o meglio estorte. Nelle condizioni più drammatiche abbiamo visto gommoni fatiscenti, sgonfi, sovraffollati all’inverosimile (anche più di 150 persone), senza alcun giubbotto di salvataggio. […] Lo spazio ‘vitale’ è nullo a bordo dei gommoni, soprattutto per i migranti di origine sub-sahariana, che ci sono sempre apparsi come coloro posti in viaggio nelle condizioni più estreme: dico ‘posti in viaggio’ per sottolineare come la decisione di quando e come salpare da terra non sia assolutamente nelle mani dei migranti. Una volta risucchiati nell’inferno libico, possono solo cercare di sopravvivere fino al giorno in cui i trafficanti decideranno per loro se affidarli al mare o se porre termine al loro viaggio nel deserto libico.

Tante, troppe le testimonianze di esecuzioni sommarie sulle spiagge di fronte a un mare minaccioso, quando la paura di montare sul gommone diventava terrore per le condizioni avverse comprensibili anche a chi vedeva il mare per la prima volta. La persuasione veniva attuata dai trafficanti con uccisione arbitraria a colpi di armi da fuoco di alcuni migranti.

[…] Nella mia esperienza (circa 5.000 visite mediche nel corso di un anno di attività di medico tra soccorso in mare e assistenza agli sbarchi a terra) mi sono trovata ad affrontare ogni genere di urgenza: complicanze ostetriche quali puerpera in stato di sepsi con neonato di tre giorni (vi sono stati diversi casi di donne che hanno partorito a bordo dei gommoni), casi di malaria, gravissima malnutrizione in adulti, fratture di femori non trattate da traumi occorsi mesi prima, ferite da arma da fuoco o da pratiche di tortura reiterate, vissuti di violenza sessuale pressoché costanti tra le donne soccorse e in molti casi anche di uomini, anche minori; casi di varicella, innumerevoli infezioni da condizioni legate a totale mancato accesso all’acqua (infezioni cutanee, gastroenteriti). Un unico denominatore comune: Libia, il cui solo nome evocava terribili fantasmi nei nostri pazienti. L’aspetto di supporto psicologico è sempre stato parte fondante del nostro approccio medico a bordo.

5mila le visite mediche effettuate dalla dottoressa Scaccabarozzi nel corso di un anno a bordo delle navi delle Ong e nei porti di sbarco dei migranti

La prigionia nei campi libici ci è stata descritta con un’agghiacciante coerenza da migranti di diversa nazionalità o profilo. La pratica di torture reiterate in diretta telefonica con i familiari per estorcere denaro emerge come costante nei racconti di chi arriva da Africa subsaharina, Nord Africa, Medio Oriente, a conferma del fatto che in Libia si sta compiendo un vero e proprio ‘genocidio economico’ più che ideologico/etnico.

Le torture inflitte non sono pratiche violente improvvisate, ma spesso riconducono a metodi ben definiti e descritti nel Protocollo di Istanbul. Ci sono stati riportati anche vissuti di ‘selezione’ dei più forti tramite corse forzate ad esempio, al fine di eliminare gli “esuberi” troppo debilitati del campo. Le eliminazioni tramite esecuzioni con arma da fuoco, o più semplicemente per abbandono. Numerosi i racconti anche di violenze imposte per “diversivo” da parte dei carcerieri, quali lotte tra i prigionieri fino alla morte di uno dei due. Indicibili i racconti legati alle violenze sessuali, così come all’uso dei bambini come ulteriore metodo di tortura differita a scopo estorsivo. Rispetto al sistematico infliggere violenza sessuale in particolare a donne migranti, abbiamo raccolto spesso testimonianze tra le vittime (soprattutto originarie del Corno d’Africa) di come sia diventata un’opzione frequente l’assunzione di anticoncezionali prima di affrontare il viaggio, che le proteggano quanto meno dalla gravidanza nei mesi successivi. Tale scelta rappresenta un drammatico rafforzativo della disperazione che porta molte donne a partire.  […] In alcuni gruppi particolarmente provati abbiamo riscontrato anchilosi e ipotrofie muscolari che in alcuni casi risultavano così avanzate da impedire l’assunzione di una posizione differente da quella fetale in cui erano stati costretti per mesi in spazi di prigionia estremamente ristretti.

I medicinali più utilizzati a bordo sono sempre stati gli antidolorifici, necessari per calmare dolori fisici e psicologici che andavano via via crescendo al passare delle ore e all’allontanarsi dalle coste libiche. Massiccio anche l’utilizzo di antibiotici per infezioni respiratorie legati alle condizioni dei campi libici o alle ore passate in mare, di notte, o ancora per infezioni cutanee o gastrointestinali. Il contesto sanitario nell’ambito dei soccorsi rappresenta una sfida immensa, per la varietà di bisogni medici riscontrabili, la multiculturalità dei pazienti”. 


in dettaglio

I NUMERI E I FATTI PER ANDARE OLTRE GLI SLOGAN E LE FAKE NEWS

Un libro che mette in pausa gli slogan e le fake news per far parlare i fatti, i numeri, le testimonianze di chi opera sulla frontiera del mar Mediterraneo. “Alla deriva” è un libro che affronta il fenomeno migratorio a tutto tondo: dalla mappa delle principali rotte verso l’Europa al racconto dei viaggi attraverso il Mediterraneo; dal debunking delle bufale su “sostituzione  etnica” e “invasione” all’analisi del ruolo delle Ong e delle ambigue inchieste a loro carico. Per concludersi con un quadro del sistema dell’Unione Europea e della situazione in Libia. Arricchiscono il volume i contributi di Gianfranco Schiavone (vice presidente ASGI), Luigi Montagnini (Medici Senza Frontiere), Giovanna Scaccabarozzi (medico sulle navi delle Ong), Riccardo Gatti (comandante ProActiva Open Arms), Chiara Favilli (docente di Diritto dell’Unione Europea presso l’Università degli Studi di Firenze), Anton Giulio Lana (avvocato dei 24 migranti respinti a Tripoli nel 2009 dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo) e altri ancora.

Alla deriva. I migranti, le rotte del mar Mediterraneo, le Ong: il naufragio della politica, che nega i diritti per fabbricare consenso”, di Duccio Facchini – 160 pagine, 12 euro – Altreconomia.

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