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La Costituzione non si straccia a uno spirare del vento

Dieci anni dopo il referendum 2006, una maggioranza politica pro tempore commette lo stesso errore: costruire una Carta di tutti a propria immagine, trasformandola in manifesto politico nel quale specchiarsi. Le buone ragioni per opporsi sono contenute nei 41 articoli del testo, al di là della strumentalizzazione di parte, delle falsità e dei ricatti

“Ricordati che le costituzioni non si stracciano ad uno spirare del vento”, si era premurato di suggerire Pietro Ingrao all’elettore chiamato alle urne dell’ultimo referendum costituzionale, il 25 e 26 giugno di dieci anni fa. Erano i tempi della “riforma Berlusconi-Bossi”, respinta dalla maggioranza dei votanti. Nel 2016, come un incubo ricorrente, riemerge il desiderio “particolare” di piegare la Costituzione a propria immagine e somiglianza. Anche nei toni (“Se vince il No, governi instabili”).


Un ritaglio de Il Giornale del 24 giugno 2006, quando a proporre la revisione costituzionale era stato il centrodestra guidato da Silvio Berlusconi
Un ritaglio de Il Giornale del 24 giugno 2006, quando a proporre la revisione costituzionale era stato il centrodestra guidato da Silvio Berlusconi

La maggioranza pro-tempore pretende di specchiarsi nella Carta, ritrovando la sua personalissima “visione del futuro del Paese”. Ma Ingrao aveva messo in guardia: lo spirare del vento, i manifesti politici di (qualsiasi) Governo, non c’entra nulla con la Costituzione. Questa è nata per controllare e limitare il potere, non per diramarne le ricette.

Una Costituzione, quella del 1948, che per oltre il 90% dei lemmi impiegati era accessibile a quella larga parte di italiani (59%) che il fascismo lasciò privi della licenza elementare. Tullio De Mauro si è preso la briga di dimostrarlo, parola per parola (“Costituzione della Repubblica Italiana (1947)”, ed. UTET): quella dei costituenti era scelta ponderata; premeva loro di rendere “di tutti” quei diritti e doveri riconosciuti e organizzati nei 139 articoli della prima versione.

Il 4 dicembre i cittadini italiani voteranno su una scheda che riporta cinque “argomenti”, a discrezione del legislatore che ha scelto quali “meritassero” il titolo della legge costituzionale approvata dalla Camera il 12 aprile 2016: “Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione”. Si tratta di cinque etichette che vorrebbero riassumere, senza però esaurirli, i 41 articoli del testo. Sommandole, le modifiche intervengono formalmente su 47 articoli della Carta, oltre un terzo. La nuova elezione del presidente della Repubblica, il voto a data certa nella disponibilità del Governo, la rinnovata dichiarazione di guerra, la clausola di supremazia del potere centrale sulle autonomie, l’immunità parlamentare estesa a consiglieri regionali e sindaci, per citare solo alcuni casi emblematici, non sono sulla scheda ma sono contenuti nella legge. La confusione, dunque, domina. Chi dovesse lamentarsi per un quesito eterogeneo riceverebbe repliche stizzite: “Abbiamo avuto 63 governi in 70 anni e il problema è un quesito?”. Peccato che dei 63, solo due siano cascati in aula. Il resto (compreso il Letta I) è bega politica, che è affare di ceto e non di regole. “La Costituzione è vecchia”, è detto, nonostante sia stata toccata 38 volte in 68 anni. L’ultima, nel 2012, con il pressoché unanimemente disconosciuto “pareggio di bilancio” all’articolo 81.

Venendo al merito. Presentato come l’antidoto al detestato “bicameralismo paritario”, il Senato (una piccola parte del tutto) esce privato del rapporto di fiducia con il Governo -che con la legge elettorale in vigore potrebbe diventare faccenda del solo partito di Governo-, dell’indirizzo politico e della funzione di controllo sull’operato dell’esecutivo. Dovrebbe diventare la “Camera delle autonomie” -viene raccontato- la traduzione nostrana del Bundesrat tedesco. I senatori passano da 315 a 100, cinque dei quali in “quota” Quirinale per 7 anni e non più a vita.

Gli altri 95 saranno consiglieri regionali (74) e sindaci (21). I cittadini, come già per le Province, perderanno il diritto di eleggerli direttamente. Se ne occuperanno i Consigli regionali, in un modo che non è chiarito dalla legge e che una norma transitoria (poco citata) rischia di cristallizzare in un “Porcellum” in sedicesimi, con listini bloccati fino a nuova legge (il cui termine non è perentorio). Il presidente del Consiglio, al contrario, ha mostrato al Paese una scheda elettorale frutto della sua personalissima fantasia. A chi segnala il rischio che un doppio lavoro -peraltro non retribuito, come già era in voga ai tempi dello Statuto Albertino- garantisca solo cattiva legislazione, il neo costituente replica che già oggi i sindaci e i consiglieri “si recano a Roma per la conferenza Stato-Regioni”. Peccato che la citazione sia orfana di un dettaglio rilevante: la Conferenza non legifera, come invece deve fare il “nuovo” Palazzo Madama, seppur “svirilizzato” (per citare il presidente dell’ANPI, Carlo Smuraglia). In sedici materie -si veda il nuovo articolo 70, meno comprensibile del testo del ’48 approfondito da De Mauro- continuerà infatti a legiferare collettivamente (esattamente come oggi) con la Camera. Una di queste riguarderà le leggi costituzionali: un non eletto dai cittadini per svolgere quel mandato potrà toccare l’equilibro della Carta fondamentale. Il costituzionalista Alessandro Pace, a proposito, ha parlato di morte del costituzionalismo riferendosi al calpestìo dell’articolo 1, secondo il quale la sovranità “appartiene” al popolo, non “emana”. S’è preso dell’archeologo.
Saranno contenti i valdostani, che nel Senato spurio potrebbero contare due membri (un consigliere regionale e un sindaco) così come Liguria, Marche, Abruzzo, Molise e altri ancora.


La ripartizione dei seggi del "nuovo" Senato. A cura del Servizio Studi della Camera dei Deputati su dati censimento Istat 2011
La ripartizione dei seggi del “nuovo” Senato. A cura del Servizio Studi della Camera dei Deputati su dati censimento Istat 2011. Il Servizio aggiunge: “Nel caso in cui i senatori spettanti ad una regione siano in numero diverso rispetto a quello precedente la regione elegge comunque il numero di senatori spettanti sulla base del nuovo censimento. Da ciò consegue che il numero complessivo dei senatori eletti potrebbe – in linea teorica – mutare rispetto a quello fisso di 95, quantomeno per il periodo eventualmente intercorrente tra il rinnovo dei senatori in una regione che abbia variato il suo ‘peso demografico’ ed il rinnovo dei senatori in altra regione che tale ‘peso’ compensi”

In tutti gli altri casi, il Senato potrà sempre dire la sua, inutilmente visto che la Camera potrà sempre chiudere il procedimento senza tener conto della presunta “voce dei territori”. Ma la bolla del “Senato delle autonomie” (che esiste solo sui titoli dei quotidiani, nella legge si chiama ancora “Senato della Repubblica”) scoppia all’articolo 67 della Carta. I “nuovi” senatori, si legge in revisione, non avranno alcun vincolo di mandato, cioè non saranno minimamente tenuti a tener fede alle indicazioni delle “istituzioni territoriali” che dovrebbero sulla carta rappresentare. Risultato: una nuova camera politica, non eletta, che potrà anche “costare meno” -come ostentato dai fan del Ponte sullo Stretto- ma che certamente non garantirà qualità legislativa. Tanto meno in materia di bilancio, dove la revisione assegna la miseria di 15 giorni di tempo ai sindaci o consiglieri-senatori per poter esprimere un parere nel merito. Inverosimile. Come inverosimili sono gli annunci sulla partecipazione popolare: le firme per le proposte di legge di iniziativa popolare diventano 150mila (triplicate) e i “tempi certi” sventolati dal “Sì” son invece demandati ai regolamenti parlamentari (scritti dalla maggioranza, articolo 71). I referendum propositivi richiedono una nuova legge costituzionale per nascere (e una bicamerale per funzionare), mentre quelli abrogativi (art. 75) restano identici a prima, a meno di raccogliere -negli stessi tempi e con le stesse difficoltà burocratiche legate ai certificati elettorali- 800mila firme e non 500mila. È lo “zuccherino” che si fa Costituzione. Poco importa se il “ping pong” raccontato dal neo costituente sia un mito -in questa legislatura, l’80% delle leggi approvate non ha fatto alcuna navetta, ci dice il Servizio Studi della Camera- o che l’organico del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (CNEL) -che tutti, si dice, vogliono cancellare- andrà assorbito presso la Corte dei Conti.


Elaborazione di Altreconomia su dati Ufficio informazioni parlamentari del Senato e Servizio Studi Camera dei deputati
Leggi approvate distinte per numero di letture. “NO NAVETTE” indica l’assenza del “ping pong” lamentato dal Sì. Elaborazione di Altreconomia su dati Ufficio informazioni parlamentari del Senato e Servizio Studi Camera dei deputati

O che le Province sono sì abolite (tranne nelle Regioni a Statuto speciale) ma senza chiarire che ne sarà delle competenze e delle confuse “aree vaste”. O, ancora, che il Governo già oggi predomina l’iniziativa legislativa, al di fuori dall’eccezione concepita in Costituzione (dal 1996 al 2013, legislatura in corso esclusa, sono oltre 1.600 le leggi “governative” contro le 400 del Parlamento). Son dettagli, si dice. E nei dettagli del nuovo Titolo V, dal quale sono state generosamente esentate le cinque Regioni a Statuto speciale, sta la definitiva sottrazione di ogni potere decisionale ai territori. Lo Stato si riprende 21 materie “esclusive”, alle Regioni lascia le briciole e, poco sobriamente, si riserva, con una clausola del 117, la “supremazia” assoluta (che taluni indicano in contrasto con l’articolo 5 della Carta) nel nome di unità giuridica, economica o “interesse nazionale”. Elemento, quest’ultimo, pressoché insindacabile dalla Consulta, data la sua natura eminentemente politica. Il “Sì” celebra la “riorganizzazione” delle competenze tra Stato e Regioni. Anche in questo caso, la distanza tra annunci e realtà è ampia. La “legislazione concorrente” che si vorrebbe superata esce dalla porta e rientra dalla finestra. È il caso dello sbandierato turismo: lo Stato avrà “competenza esclusiva” su “disposizioni generali e comuni” (la cornice) e le Regioni avranno competenza su “valorizzazione e organizzazione regionale del turismo”. Come detto, le Regioni “speciali”, a differenza del 2001, non dovranno attuare l’intero Capo IV della “riforma” fino alla “revisione” degli Statuti. I voti dei loro rappresentanti erano necessari per farla passare, ha detto chiaramente il presidente Valerio Onida. Nel Capo IV non rientra solo il Titolo V e l’art. 117 -e colpisce che Renzi chiuda la campagna nella Regione “speciale” più popolosa, com’è la Sicilia, promettendo omogeneità di trattamento- ma anche il presunto “taglio” delle Province, il “tetto” agli stipendi dei consiglieri regionali e l’equilibrio nella rappresentanza di genere a livello regionale. Un capolavoro di efficienza, in linea con l’articolo 3 sull’uguaglianza formale e sostanziale.

Per brevità rimando all’articolo 68 (immunità parlamentare), miracolosamente lasciato “identico” al vigente. O al 64, lo “statuto delle opposizioni” demandato sempre al regolamento della Camera. O allo stato di guerra, nelle disponibilità del partito di governo che, in uno scenario particolarmente oscuro, potrebbe addirittura dichiararlo pur di garantire una proroga alla durata della Camera (che non si scioglierebbe). Per tutti i dettagli rimando alla nostra guida “Le ragioni del NO”.

Lorenza Carlassare, analizzando il testo, ha parlato di verticalizzazione progressiva del potere. Che oltre a spaventare, dovrebbe far riflettere sul vero tema anche i più strenui sostenitori dell’efficienza (che la revisione, in ogni caso, non assicura): la qualità delle nostre leggi. Meno interessi si rappresentano, meno qualità si garantisce. Il partito unico, al di là dei colori, è quasi sempre zoppo di prospettive, perché troppo innamorato di sé. Accettare le differenze e le pluralità non è “casta”, è la cosa giusta. Ma il ceto vuole piegare le regole. Come nel 2006.

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