Cultura e scienza / Intervista

L’Italia al “punto zero” nel finanziamento alla ricerca virologica. Come ripartire dopo COVID-19

Dopo anni di mancati investimenti pubblici e di competenze lasciate morire, la ricerca pubblica italiana dedicata alle infezioni virali emergenti si è trovata inchiodata. Come è stato possibile? Quali insegnamenti trarre in vista di probabili epidemie future? Intervista a Guido Poli, professore ordinario di Patologia generale all’Università San Raffaele di Milano

“In tempo ‘di pace’, quando eravamo lontani dall’emergenza epidemica attuale, non siamo stati in grado di prepararci al nuovo virus che causa la grave malattia respiratoria definita COVID-19 (coronavirus disease-2019) per poter attivare rapidamente strumenti fondamentali, dai laboratori di ricerca alle terapie intensive, in modo coordinato sul territorio nazionale. La speranza è che una volta fuori dall’emergenza potremo imparare la lezione in previsione di possibili, forse probabili, epidemie future”. Guido Poli è professore ordinario di Patologia generale presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Diciassette anni fa, con la dottoressa Elisa Vicenzi, sua moglie, oggi a capo dell’unità di Patogenesi Virale e Biosicurezza dell’Istituto Scientifico San Raffaele, isolò e sequenziò il virus della patologia virale SARS (Severe Acute Respiratory Syndrome). “Fu il secondo ‘isolato europeo’ di Coronavirus della SARS (ceppo HSR1)”, ricorda Poli, orgoglioso di quel risultato “che ci permise di fare ottima ricerca fino al 2008, quando i finanziamenti terminarono, perché l’emergenza era finita”. Oggi, nel pieno della fase epidemica da COVID-19, descrive il “punto zero” al quale si ritrova inchiodata la ricerca pubblica italiana dedicata alle infezioni virali emergenti.

Professor Poli, partiamo dall’emergenza.
GP Come dimostrano i dati forniti quotidianamente dalle istituzioni e ben illustrati su scala globale dalla Johns Hopkins University siamo molto lontani dal vedere una flessione nel numero di casi nel nostro Paese, la fase è ancora espansiva (9.172 casi e 463 decessi al 9 marzo 2020, ndr). Detto questo ci sono ancora troppe variabili che non conosciamo. Il virus è relativamente nuovo, simile, ma non uguale al virus della SARS, e abbiamo bisogno di tempo per conoscerlo meglio, dobbiamo allestire rapidamente programmi di ricerca.

Parliamo della ricerca. Dove siamo?
GP Al punto zero, o poco più in là. L’epidemia ha colto tutti di sorpresa, nessuno fino alla metà del mese di gennaio di quest’anno poteva prevedere che si fosse dinanzi ad una nuova, grave malattia infettiva epidemica (probabilmente pandemica) quale quella in corso. In Italia il “paziente 1” di Codogno è diventato noto solo il 21 febbraio; fino al giorno prima c’erano solo i tre casi ricoverati allo Spallanzani di Roma, la situazione era tranquilla e, apparentemente, sotto controllo. Non c’è stato quindi il tempo materiale per pensare o preventivare un programma ad hoc di ricerca. Riconosciuto questo dato di fatto, condivido però quanto detto dal professor Pierluigi Lopalco (epidemiologo dell’Università di Siena, ndr): la Cina ci ha regalato un mese di tempo per organizzarci, purtroppo non l’abbiamo utilizzato bene.

Dal gennaio 2016 Guido Poli è professore ordinario di Patologia generale all’Università Vita-Salute San Raffaele, Milano

Misure inefficaci a parte, il ritardo italiano nel campo della ricerca era superiore a un mese.
GP Già: in questi anni è mancato un vero investimento pubblico, cioè non finanziato da multinazionali, nel campo della ricerca in ambito virologico. È stato ritenuto un ambito non così importante per la salute nazionale. Molti miei colleghi e amici dello storico Programma nazionale contro l’AIDS (1990-2010) negli anni hanno così cambiato tema di ricerca o l’hanno abbandonata definitivamente; anche io stavo per appendere un cartello alla porta con scritto “Chiuso per cessata attività”. A restituirmi ossigeno è stato un Progetto triennale di ricerca di rilevante interesse nazionale (PRIN2017, erogato a fine 2019) sulle conseguenze dell’interruzione della terapia antiretrovirale in pazienti HIV+.

Che tipo di spiegazione si è dato di questo disimpegno?
GP Che noi, o meglio, la nostra nazione e la classe politica in generale -con poche eccezioni- non ritiene che la ricerca scientifica sia una componente strategica dello sviluppo della nostra società. In particolare, la ricerca virologica negli anni è stata data in via di estinzione, o un filone considerato a perdere o di nicchia, mentre le uniche “urgenze” percepite come rilevanti sono state considerate il cancro, le malattie cardiovascolari, il diabete e poche altre. Tra l’altro, sono proprio i pazienti con patologie cardio-vascolari importanti e il diabete le persone più a rischio di gravi complicanze fino al decesso in caso di Covid-19 a sottolineare come sia sbagliato ragionare sulle malattie come fossero compartimenti stagni. Ecco perché oggi stiamo riscoprendo la ruota, per così dire, per rispondere alla nuova epidemia.

Calendario alla mano a quando risale l’ultimo significativo programma di ricerca pubblico?
GP Come ricordato, l’ultimo programma nazionale contro l’AIDS è del 2009-2010, gli spiccioli sono terminati nel 2013. Si trattava di 9-10 milioni di euro spalmati su tre anni che però alimentavano un centinaio di laboratori producendo ottima ricerca e mettendoli in grado di competere e spesso vincere altri finanziamenti, per esempio a livello europeo. Insomma, massima resa per un investimento veramente minimo: capisce che per un Paese che si ritiene avanzato tutto questo è inconcepibile e inaccettabile.

Ha più volte ribadito che non si tratta “soltanto” di una questione di denaro.
GP Confermo. È ciò che produce la mancanza di finanziamenti il problema: ho 63 anni e dico senza timore di smentita che se non sostieni più una certa area di ricerca, lasciando morire competenze e laboratori, è difficile poi pensare di ricostruire una risposta efficace per fronteggiare emergenze quali quella in atto perché i nostri giovani, molto spesso precari, si sposteranno, come hanno fatto in questi ultimi anni, su altri filoni più finanziati o abbandoneranno la ricerca per professioni più sicure. Prima dell’iniezione di finanziamenti, o contestualmente a ciò, è fondamentale e necessario un cambio di mentalità da parte di chi ci governa sia a livello nazionale che locale.

Come vi state organizzando per la ricerca sul virus?
GP Nel nostro istituto scientifico e universitario abbiamo dovuto riattivare alcuni “circuiti” a livello interno per rimetterci in gioco: abbiamo cioè dovuto superare un’inerzia causata dalla situazione descritta sopra. Penso in particolare all’autorizzazione dei laboratori per poter lavorare con questo patogeno altamente infettante, nel rispetto delle clausole di sicurezza imposte dalle strutture pubbliche come le Agenzie di tutela della salute (Ats). Questo iter richiede tempo e non potresti permetterti tempi lunghi per rispondere a un’epidemia che raddoppia ogni 2,5 giorni. Sul fronte diagnostico e, in prospettiva, di ricerca abbiamo riattivato la collaborazione con il professor Massimo Clementi, Ordinario di Microbiologia e Virologia dell’Università Vita-Salute San Raffaele nonché direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia, con cui avevamo collaborato proficuamente ai tempi della SARS e responsabile dell’unico laboratorio di bio-sicurezza di livello 3 (BSL-3) attivo nella nostra istituzione, almeno per il momento.

Sarebbe in arrivo un programma nazionale di ricerca…
GP Speriamo fortemente che questo avvenga in tempi rapidi e abbia le caratteristiche generali d’inclusività che hanno caratterizzato il già citato Programma nazionale contro l’AIDS soprattutto nei suoi primi anni, perché abbiamo la necessità che le migliori competenze del Paese diano un contributo per rispondere a quest’epidemia. Nel frattempo, stiamo finalizzando in questi giorni i dettagli di un progetto di ricerca coordinato dal professor Alberto Mantovani della Humanitas University che coinvolge anche lo Spallanzani di Roma finanziato generosamente da una donazione di Dolce&Gabbana per capire se molecole immunitarie solubili che evolutivamente hanno preceduto la comparsa degli anticorpi possano avere un ruolo terapeutico o diagnostico in questa nuova epidemia e potenzialmente in altre simili; ricordiamo che il “cugino” del virus della Covid-17 e della SARS, che causa la MERS, malattia mortale nel 34% dei casi, ancora si diffonde seppur in modo molto meno contagioso, in Arabia Saudita e regioni limitrofe.

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