Esteri / Reportage

Al confine tra le due Coree, dove uno sguardo diverso è possibile

La guerra tra il Nord comunista e il Sud appoggiato dagli Usa ha lasciato cicatrici profonde. I coreani custodiscono la memoria per le sofferenze patite e cercano di riappropriarsi della loro storia: tra capitalismo e cultura

Tratto da Altreconomia 197 — Ottobre 2017
Bambini sudcoreani guardano dall’altra parte della zona demilitarizzata - © Alberto Caspani
Bambini sudcoreani guardano dall’altra parte della zona demilitarizzata - © Alberto Caspani

La Zona Demilitarizza (DMZ) al confine fra le due Coree mostra ancora due facce del tutto diverse, ma in Estremo Oriente qualcuno sta finalmente trovando il coraggio di aprire una nuova prospettiva. Per i nordcoreani resta una linea di compromesso, utile quanto meno a difendere la propria identità socialista. I sudcoreani, invece, l’hanno trasformata in una macchina da business ben oliata. Per quei pochi che hanno scelto di starci in mezzo, la DMZ è quanto di più inaspettato ci si possa immaginare: un’oasi di pace. Lunga 250 chilometri e larga appena quattro, corre da una costa all’altra della penisola di Corea ricalcando grossolanamente il 38° parallelo. Oggi è coperta da una vegetazione fittissima, in mezzo alla quale gli animali trovano un rifugio sicuro e un habitat popolato da oltre 2.900 specie diverse, benché gli ordigni inesplosi della guerra combattuta sul suo terreno, fra il 1950 e il 1953, possano riservare ancora sgradite sorprese.

In poco più di 60 anni la natura ha cicatrizzato quanto l’uomo non è riuscito a fare ancora, al punto che i pochi contadini autorizzati a lavorare all’interno della DMZ sostengono di aver udito di nuovo il ruggito del rarissimo leopardo dell’Amur. Altri hanno avvistato levarsi in volo la gru della Manciuria, uccello portatore di pace e fortuna. “Forse un segno che qualcosa sta davvero cambiando -osserva con ironia Mr Cho, come si fa chiamare uno dei lavoratori dell’area cuscinetto-. Eppure le grandi potenze si ostinano a stare da una parte o dall’altra del confine. Anzi, a starci così lontano da credere a ogni panzana, oppure così vicino da non vedere oltre i propri selfie”.

“Le grandi potenze si ostinano a stare così lontano da credere a ogni panzana, o tanto vicino da non vedere oltre i propri selfie” (Mr. Cho, lavoratore della DMZ)

Sono della stessa idea i visitatori serali di Imjingak, il memoriale costruito all’ingresso meridionale della DMZ per consolare le famiglie divise dal conflitto, oltre che i 5 milioni di coreani rimasti all’epoca senza casa. Lasciano allontanare i turisti dalla palazzina d’accoglienza del parco, su cui sono montati i telescopi per spiare l’altra metà della penisola. A quel punto, finalmente, riescono a riappropriarsi di una memoria storica violentata ogni giorno da quasi 12mila voyeur. I soli flussi cinesi generano ben 9,6 miliardi di dollari all’anno. Dallo scorso marzo, però, molti di loro hanno iniziato a boicottare la Corea del Sud, rea di aver accettato il dispiegamento del nuovo sistema missilistico statunitense Thaad. Con un calo dei loro arrivi del 40%, anche i tour operator locali stanno prendendo le distanze dal governo. Ora è più facile riconoscere chi lega un nastro di speranza al filo spinato di confine. Chi accarezza i fori dei proiettili sul relitto di una locomotiva arrugginita. Chi riempie il buio con la melodia di una vecchia canzone popolare. Gesti semplici, commossi, ben diversi dalle orde di visitatori che desiderano solo ritrarsi col telefonino.

Punto d’ingresso privilegiato alla zona demilitarizzata, nata dall’accordo congiunto fra la Corea del Nord, la Cina e le Nazioni Unite dopo l’armistizio del 27 luglio 1953, Imjingak è in assoluto l’attrazione più conosciuta e visitata della Corea del Sud. A differenza della Joint security area -il complesso di edifici dove le forze militari nord e sudcoreane si fronteggiano a pochi metri di distanza- è accessibile senza permessi speciali. Al suo interno ci si può infiltrare in uno dei tunnel segreti che, secondo le guide governative, sono stati costruiti dai nordcoreani per progettare una nuova invasione, dopo quella rinfacciata loro nel 1950. Oppure si può raggiungere l’osservatorio Dora, dove sono chiaramente distinguibili i severi palazzi di Kijong-dong, il “Villaggio della Pace” edificato nella metà nordcoreana della DMZ. Se la vicina zona industriale Kaesong ha cercato di ospitare sino al 10 febbraio 2016 squadre di lavoro intercoreane, sperimentando dal 2002 una collaborazione che avrebbe dovuto fruttare ricavi per 500 milioni di dollari e 725mila posti di lavoro, Kijong-dong sembra sia rimasto invece disabitato per anni.

Clima ben diverso si respira nella metà del territorio demilitarizzato sudcoreano, dove sorge il villaggio gemello di Daeseong-dong. Campi di riso, piccoli orti biodinamici, colture sperimentali curate pazientemente da circa 250 contadini. Per il loro lavoro pionieristico, percepiscono 82mila dollari all’anno (tax free), ma hanno anche diritto a facilitazioni pubbliche per l’educazione dei figli. Nella competizione fra i due villaggi, la Corea del Nord si rifà con un vino d’uva selvatica totalmente privo di additivi chimici, ma anche con calze, orologi e prodotti di largo consumo confezionati nel complesso di Kaesong.

Due anni fa, grazie allo sforzo congiunto di 54mila nordcoreani messisi fraternamente al sevizio di 124 imprese del Sud, la loro vendita ha generato ricavi per 381 milioni di euro. “Per il progetto Kaesong, purtroppo, non c’è più nulla da fare -taglia corto Mr Cho-. Se gli Stati Uniti non rinunciano ai loro 35mila soldati a Seoul e alle esercitazioni militari nella penisola, sarà difficile riprendere la collaborazione”.

L'interno della stazione di Dorasan, ultima fermata in territorio demilitarizzato sudcoreano e, in futuro forse, primo ingresso per la Corea del Nord - © Alberto Caspani
L’interno della stazione di Dorasan, ultima fermata in territorio demilitarizzato sudcoreano e, in futuro forse, primo ingresso per la Corea del Nord – © Alberto Caspani

Anche al Memoriale della Guerra di Seoul, oltre 20mila metri quadrati un tempo occupati dal quartier generale dell’esercito del Sud, è in corso un’accesa lotta per la verità: “Questo libro è pubblicato per aiutare la generazione post-bellica a correggere le proprie visioni distorte sulla Guerra di Corea”. Così si legge nell’introduzione della cronaca del conflitto regalata a tutti i visitatori del museo su gentile concessione di Lee Joong Keun, autore di 600 meticolose pagine storiche, nonché fondatore del colosso edilizio Booyoung Group. Dopo aver donato tre milioni di dollari al progetto “UN Habitat”, più altri 10 a supporto della “World Taekwondo Federation”, da due anni il magnate sudcoreano versa fiumi di won nell’editoria. Una strategia di diversificazione molto vicina a quella di altri grandi chaebol sudcoreani: le imprese conglomerate, come Samsung o Hyundai, che uniscono con la stessa facilità elettronica a produzione agricola, acciaierie a società di comunicazione, sviluppando potentissimi monopoli spalleggiati dal governo. Su questo modello dirigista la Corea del Sud ha costruito il suo sorprendente miracolo economico a partire dagli anni Sessanta -con un Pil in crescita del 10% sino a pochi anni fa- ma fra le stesse famiglie degli chaebol serpeggia oggi un atteggiamento ambivalente sulla linea da seguire.     

Superate le ultime crisi economiche trovando soluzioni pubbliche opposte a quelle consigliate dal Fondo Monetario Internazionale, Seoul e la Corea stanno affievolendo il loro Washington Consensus.

Colpa, o merito, anche di un’opera scomoda riscoperta dal web: “Storia segreta della Guerra di Corea”. Scritta in presa diretta dal giornalista investigativo statunitense Isidor F. Stone, già nel 1952 aveva sollevato accuse pesantissime contro le lobby dei venditori d’armi statunitensi, sulle loro pressioni verso il presidente Truman, sulle rappresaglie militari condotte sistematicamente contro la Corea del Nord, sulle stragi dei simpatizzanti comunisti presenti nel Sud e sul pericolo rosso della neonata Cina di Mao.

La “Statua dei fratelli”, all’ingresso del Memoriale della Guerra di Seoul: rappresenta un anziano soldato sudcoreano che abbraccia un giovane commilitone del Nord. Fra i marines americani circola invece l’interpretazione secondo cui la statua rappresenterebbe l’abbraccio dell’America all’indifeso popolo sudcoreano - © Alberto Caspani
La “Statua dei fratelli”, all’ingresso del Memoriale della Guerra di Seoul: rappresenta un anziano soldato sudcoreano che abbraccia un giovane commilitone del Nord. Fra i marines americani circola invece l’interpretazione secondo cui la statua rappresenterebbe l’abbraccio dell’America all’indifeso popolo sudcoreano – © Alberto Caspani

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il potere d’acquisto del dollaro era inoltre crollato del 50%, l’indice di produzione complessiva americana si era contratto da 212 a 156, mentre la disoccupazione era balzata al 6,5% in meno di due anni. Fallito il piano di riconversione dell’industria bellica, l’economia americana era in piena recessione. Gli Usa avevano dunque necessità di tornare a combattere. Oggi i cartelli sudcoreani davanti all’ambasciata americana di Seoul inneggiano però all’abbandono dei toni bellici, a favore di un trattato di pace coi vicini.

12mila i visitatori che ogni giorno si recano al memoriale di Imjingak, sul confine meridionale della zona demilitarizzata

“Ci troviamo a un bivio”, conferma Eunmi Pang, ricercatrice dell’Asia Institute di Seoul (asia-institute.org) e sciamana praticante. “La Corea del Sud ha capito di avere ormai le forze e le capacità per seguire una propria via, ma sono ancora molto forti le resistenze ad abbandonare i modelli del passato. Eppure ci sono urgenze che minacciano la nostra Penisola in modo ben più grave delle crisi politiche. Basti pensare all’inasprirsi della crisi idrica coreana, dovuta al cambiamento climatico: anche quest’anno abbiamo avuto una media di 161,1 millimetri di pioggia nei mesi più umidi, il secondo valore più basso dal 1973. L’isola meridionale di Jeju ha ricevuto il 50% in meno di piogge. È un fenomeno che colpisce indistintamente noi e i nostri fratelli nordcoreani. Ma i maggiori movimenti di denuncia e sensibilizzazione restano legati solo a chi difende la nostra cultura tradizionale”. Eunmi è il volto fresco di un’ampia comunità per la tutela dei culti tradizionali che, per anni, il regista Joey Rositano ha indagato proprio sull’isola di Jeju (“Spirits: the story of Jeju Island’s shamanic shrines”), cuore di un’antichissima civiltà matriarcale, nonché centro di resistenza e riscatto della Corea. Suo perno sono le haenyeo, donne di cultura sciamanica note per raccogliere frutti di mare con una tecnica d’apnea risalente all’epoca preistorica e oggi Patrimonio immateriale dell’Unesco. Furono loro a diffondere la cultura coreana nell’area settentrionale del Pacifico, andando a lavorare in Cina, come in Giappone, per sostenere la propria terra mediante rimesse economiche frutto di enormi sacrifici. Furono loro a iniziare la lotta d’indipendenza dal giogo coloniale dell’Impero del Sol Levante. E, ancora una volta, sono state loro a mettersi di traverso ai piani di creazione di una nuova base militare americana nell’isola di Jeju, lanciando la campagna internazionale “Save Jeju Island”.

“La Corea ha bisogno di farsi conoscere per la sua antichissima cultura -rilancia Ahn Jung Lyell (arctum.tistory.com), fotografo che si è fatto apprezzare in Asia per i suoi straordinari ritratti notturni di siti megalitici- non per le crisi politiche. Abbiamo culti matriarcali viventi di una delle civiltà forse più antiche della Terra, possediamo il 40% di tutti i dolmen presenti sul globo, stiamo facendo emergere legami archeologici che vanno dal Sud-est asiatico alle sponde del Mar Nero, ma il mondo riesce a malapena a individuarci sull’atlante geografico”.

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