Economia / Opinioni

Confindustria attacca lo Stato perché ne ha paura

L’intervento pubblico nell’economia italiana ridimensionerebbe ruolo e influenza dei grandi gruppi imprenditoriali. L’associazione di Carlo Bonomi l’ha capito e per difendere quel “peso” ha deciso di promuovere battaglie di retroguardia. L’analisi di Alessandro Volpi

L’intervento del presidente di Confindustria agli Stati generali ha davvero dell’incredibile. Al di là di un generico richiamo iniziale agli errori comuni commessi da “tutti” negli ultimi 25 anni, in realtà Carlo Bonomi dimostra chiaramente di ritenere la politica la pressoché unica responsabile delle specifiche difficoltà italiane. Il grande male, costituito dal ritardo della produttività, pare discendere solo dalle politiche pubbliche seguite dai vari governi, senza alcun riferimento alla scarsa propensione agli investimenti strategici ad opera di molte imprese, alla debole tendenza all’innovazione, alla ricerca di rendite di posizione che sacrificassero gli investimenti produttivi al trading finanziario e al conseguimento di concessioni pubbliche. Nessun riferimento all’utilizzo non infrequente del dumping fiscale o alla ricerca di forme societarie che certo non favorivano una sana patrimonializzazione. Nessun riferimento neppure ai non sempre lineari rapporti con il sistema creditizio, oggetto di non innocui tentativi di “scalata”.

A questa prima immagine dell’impresa che intende lavorare e che trova sempre una “cattiva” politica davanti a sé, si aggiunge quella della necessità di riformare la Pubblica amministrazione con “un’unità autonoma di valutazione” in grado di misurare gli effetti attesi delle spesa pubblica. Ma davvero è questa la “proposta” di Confindustria? L’ennesimo comitato che, magari da Roma, o da Milano, dovrebbe valutare non si sa bene che dati, seguendo la già percorsa strada dei fabbisogni standard? La riforma della PA sembra passare, secondo Bonomi, dall’attribuzione di “pagelle” volte a rendere più efficiente la macchina amministrativa, senza mettere mano ad una riforma di carattere più generale che coinvolga la formazione del personale e la ristrutturazione della natura stessa della PA italiana, pensata in una fase storica che non esiste più.

Colpisce in questo senso che lo stesso presidente invochi uno sforzo paragonabile all’unificazione amministrativa italiana del 1865 che fu, di fatto, la semplice estensione del modello piemontese ad un Regno d’Italia ben diverso dal contesto sabaudo. La Pubblica amministrazione non è il luogo in cui sono concentrati tutti i nullafacenti che ha bisogno di essere rimessa in sesto da qualche esperto di modelli aziendalistici; è una realtà ben più complessa con centinaia di migliaia di dipendenti, con un centro e una periferia, e con tante diversità, che deve essere resa più efficiente in primis semplificando la normativa e restituendole dignità attraverso la riqualificazione ai tempi nuovi. Non certo operando con “unità di valutazione” piovute da un altro Pianeta.

E ancora colpisce l’appello al rigore di bilancio. Il processo di indebitamento deve essere temporaneo perché la Bce tornerà ad essere quella di prima e la liquidità finirà; dunque definiamo già adesso un puntuale percorso di abbattimento del debito e nuove politiche di rigore, senza alcun accenno, neppure ipotetico, a monetizzazioni del debito o a un diverso ruolo della Bce. Di nuovo viene da chiedersi, ma davvero Confindustria pensa che il mondo tornerà come prima? Ritiene davvero che dopo aver portato il rapporto debito-Pil al 160-170% e il deficit all’11-12% sarà possibile ritornare ai sacri principi del 60% e del 3% imponendo una drammatica restituzione, in tempi brevi, della differenza?

Ma forse il timore di Bonomi è un altro. Di fronte ad una crisi così profonda che impone l’intervento dello Stato, c’è la preoccupazione che, al di là delle dichiarazioni sulla necessità di adottare misure concrete, proprio l’intervento pubblico possa essere strutturale e permanente, con l’ingresso nel tessuto portante dell’economia italiana; un intervento che ridimensionerebbe il ruolo dei grandi gruppi e certamente renderebbe la politica più forte. Del resto il cuore pulsante dell’impresa italiana è molto concentrato: 90mila attività producono quasi il 90% del valore aggiunto nazionale, con una occupazione non lontana dal 40% del totale. Circa la metà di queste attività ha oggi seri problemi di liquidità e dunque, a diverso titolo, dipende, attraverso il sistema creditizio, dal finanziamento pubblico. Se dunque lo Stato decidesse di tornare a fare l’imprenditore, utilizzando questa dipendenza delle grandi imprese dalla liquidità e sfruttando la natura meno vincolante delle regole europee, gli equilibri di potere cambierebbero in profondità, tanto più in una fase in cui le piccole imprese sembrano aver perso il loro peso perché travolte ancora maggiormente dalla crisi. Le strade della ripresa diventano così il terreno degli assetti futuri dell’economia italiana e Confindustria pare averlo capito bene, manifestando purtroppo una visione, almeno secondo quanto ha espresso il presidente Bonomi agli Stati generali, che colloca l’impresa italiana in battaglie di retroguardia come del resto pare confermare la dubbia citazione finale di Longanesi in tema di religione. Magari, sull’argomento, era meglio fare appello a papa Francesco.

Università di Pisa

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