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Il condono fiscale spiegato bene

“Quando si regalano le multe e i mancati versamenti di piccolo taglio e si giustificano gli evasori per necessità, premiando poi, in concreto, chi ha ‘dimenticato’ di dichiarare, le tasse risulteranno molto più odiose”. L’analisi di Alessandro Volpi

© Fancycrave

Quando si mettono insieme due forze politiche con storie e programmi molto diversi è quasi inevitabile che alla prima legge finanziaria -a cui entrambe intendono dare il carattere del cambiamento radicale- esplodano le difficoltà.

Certo non basta il richiamo al “contratto di governo”, nato come somma algebrica di punti decisamente disomogenei, a tenere insieme due visioni del mondo che parevano assai distanti prima delle ultime elezioni. Il tema del condono, molto caro alla Lega, e, almeno fino ad oggi, aborrito dal Movimento 5 stelle, ha rappresentato così il casus belli di uno scontro per molti versi prevedibile, per coprire il quale si sono immaginate manipolazioni e l’ennesima rivolta dei tecnici per approdare poi ad un compromesso assai incerto. In realtà si era cominciato con le difficoltà a trovare formule di adulterazione linguistica adatte a mascherare la natura di vero e proprio condono per le misure fiscali immaginate. Si è fatto ricorso, allora, all’infelice espressione di “pace fiscale”, lasciando intendere che con essa si voglia porre fine ad una guerra dello Stato “cattivo” contro l’inerme evasore, colpito dalle traversie della crisi; un messaggio ben poco edificante ai fini del consolidamento della già fragile fedeltà fiscale italiana e riconducibile ad una più generale visione “giustificazionista” della democrazia, per cui il cittadino elettore ha sempre ragione ed è giustificabile, se vota, in tutti i suoi comportamenti, compresi quelli più discutibili.

In realtà i condoni possono essere motivati, senza dover per questo scadere nel “giustificazionismo”, e possono in alcune circostanze rispondere anche a ragioni di giustizia sociale ma non ha senso nascondere che sono molto efficaci in termini di consenso perché si rivolgono ormai ad un’ estesa platea di elettori. In Italia circa 20 milioni di contribuenti hanno un debito con il fisco per un totale di 870 miliardi di euro, l’82 % dei quali è costituito da mancati pagamenti inferiori ai 10 mila euro. Il problema principale dei condoni, però, è rappresentato dal fatto che presentano controindicazioni decisamente superiori agli eventuali aspetti positivi. In primo luogo è ormai del tutto evidente che non riducono l’evasione fiscale, ma anzi tendono ad accrescerla. Negli ultimi 45 anni l’erario ha incassato per condoni vari circa 132 miliardi di euro, ma l’evasione ha continuato a salire registrando una media annua superiore ai 110 miliardi: in altre parole a fronte di un incasso annuo di poco meno di 3 miliardi lo Stato ha continuato a perderne 110.

Peraltro il minor gettito fiscale si è concentrato nei periodi precedenti e successivi all’annuncio del condono; anche nel caso del decreto fiscale Conte si sono dileguati in pochissimo tempo 3-4 miliardi di euro. La pericolosa riduzione della fedeltà fiscale, peraltro, risulta accentuata quando è evidente la volontà del governo di fare manovre finanziarie senza copertura: se su quasi 38 miliardi necessari per coprire le spese dello Stato, contenute nella legge finanziaria, ne mancano 22-23, non è difficile immaginare che dopo il primo condono ce ne saranno altri più favorevoli per chi non ha pagato, inducendo magari i contribuenti a non versare e ad aspettare una versione ancora più conveniente. Nell’attuale “pace fiscale” poi c’è un ulteriore dato preoccupante. Il condono giallo-verde, almeno nella presunta veste originaria, si articolava su più canali, prevedendo strumenti diversi, dallo stralcio delle mini cartelle, alla prosecuzione della rottamazione, fino alla dichiarazione integrativa sul non dichiarato. Lo stralcio delle mini cartelle era, ed è rimasto nella versione finale del decreto, un vero e proprio regalo agli evasori, visto che, con la motivazione di alleggerire il magazzino di Equitalia, verranno cancellate tutte le pendenze non pagate, dalle multe fino alle imposte, al di sotto dei 1.000 euro, per il periodo 2000-2010. La possibilità di integrare le dichiarazioni mendaci fatte dal 2013 al 2017 per una somma fino a 100mila euro l’anno pagando un’aliquota del 20% costituisce invece un vero e proprio condono, motivato con le difficoltà dei contribuenti, piuttosto che con la ben più reale necessità di fare cassa.

Si tratta di una misura diversa da quanto previsto in origine quando era sembrato di capire che, in base a quanto contenuto nello “spirito” della manovra, si volesse distinguere fra beneficiari “incolpevoli” del condono e chi invece ha evaso consapevolmente. Vari esponenti del governo infatti avevano presentato, a più riprese, la pace come rivolta a chi ha dichiarato e poi, per colpa della crisi, non è stato in grado di pagare, differenziando tali soggetti dagli evasori incalliti e rinunciando ad allargare la base imponibile in nome della “giustizia sociale”. In realtà, in maniera paradossale, dopo aver celebrato gli evasori buoni che hanno dichiarato tutto, la misura relativa al condono in questione vale proprio per chi non ha dichiarato tutto e a cui si consente di integrare la dichiarazione mendace.

Quando si regalano le multe e i mancati versamenti di piccolo taglio e si giustificano gli evasori per necessità, premiando poi, in concreto, chi ha “dimenticato” di dichiarare, le tasse risulteranno molto più odiose. Certo, sarebbero state ancora più odiose se il condono fosse divenuto tombale, come nella versione che ha sconvolto l’“ignaro” vice premier, comprendendo tutte le imposte, l’Iva, i contributi previdenziali e persino la non punibilità per reati pesantissimi come il riciclaggio. La “pace fiscale/condono” giallo-verde contiene davvero molte contraddizioni ed è il paradigma dell’impossibilita di governare sulla base di un contratto notarile. Resta la curiosità di sapere, in questo guazzabuglio, che cosa è stato spedito, con grande puntualità, come annunciato dal premier, in Europa, che cosa verrà votato in Parlamento, magari con qualche altro colpo di scena, e qual è la reale stima del gettito atteso viste le varie versioni profondamente diverse tra loro.

Università di Pisa

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