Ambiente / Attualità

Condizionatori e climate change: il circolo vizioso (energivoro) e gli strumenti per uscirne

“Utilizziamo sempre più energia per adattarci a un problema creato dall’uso di energia. Ed è un paradosso”. L’analisi del Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici e dell’università Ca’ Foscari di Venezia. Ecco perché è necessario puntare sull’isolamento termico delle abitazioni e sull’efficientamento

La necessità di far fronte all’aumento globale delle temperature porterà a un aumento dell’uso di condizionatori e degli impianti di raffreddamento negli ambienti industriali e nel settore dei servizi, oltre che nelle abitazioni private. Questo determinerà un aumento della domanda globale di energia compreso tra l’11% e il 27% entro il 2050 se l’aumento delle temperature medie globali si manterrà entro i 2 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali. Ma che potrebbe raggiungere livelli ancora più elevati (tra il 25 e il 58%) nell’eventualità in cui la temperatura globale aumentasse di 4 gradi entro la fine del secolo.
“Paradossalmente usiamo sempre più energia per adattarci ad un problema creato dall’uso di energia, essendo questa la fonte principale di emissioni di gas a effetto serra”, spiega ad Altreconomia Enrica De Cian, professore associato in Economia dell’ambiente presso l’università Ca’ Foscari di Venezia e ricercatrice del Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici (CMCC).

I dati emergono da uno studio internazionale che ha visto la partecipazione di ricercatori dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, del CMCC, dell’International Institute for applied system analysis (Austria) e della Boston University recentemente pubblicato sulla rivista “Nature communications”.

A pagare il prezzo più alto di questa situazione saranno le fasce di popolazione più povere, che dovranno investire una parte sempre maggiore del proprio reddito per adattarsi agli aumenti della domanda di energia. Entro il 2050 l’aumento della temperatura potrebbe esporre mezzo miliardo di persone a più basso reddito in Paesi del Medio Oriente e dell’Africa ad aumenti della domanda di energia del 25%. “I più poveri dovranno confrontarsi non solo con sfide pecuniarie, ma anche con il maggiore rischio di malattie e di mortalità legate al calore, qualora non fossero in grado di soddisfare i bisogni di raffreddamento, a causa di forniture di elettricità inaffidabili o per la mancanza del tutto le connessioni alla rete. O semplicemente perché non possono acquistare un condizionatore”, spiega De Cian.

In linea generale -evidenzia lo studio- le nostre società si adegueranno al cambio delle temperature aumentando il raffreddamento degli ambienti durante le stagioni calde e diminuendo il riscaldamento durante le stagioni fredde. Ma non sempre il maggiore consumo di energia per il raffreddamento verrà compensato dalla riduzione per il riscaldamento: “Nel Nord del mondo prevarrà una riduzione della domanda energetica per la riduzione dei consumi, nelle regioni meridionali tende a prevalere l’aumento di bisogno di elettricità per raffreddamento”, spiega De Cian. I tropici, l’Europa Meridionale, la Cina e gli Stati Uniti sono le regioni che probabilmente sperimenteranno i maggiori aumenti di consumi energetici. “Lo stesso differenziale lo troviamo anche in Europa e in Italia -spiega De Cian- In Italia il consumo di elettricità per il raffreddamento degli ambienti è passato da 21.169 ktoe (migliaia di tonnellate di petrolio equivalenti, ndr) nel 1990 a 147.039 nel 2015. Una crescita di sette volte nel periodo 1990-2015”.

Di fronte a questa situazione -e in assenza di politiche mirate ed efficaci, ad esempio le politiche per favorire l’isolamento termico e l’efficienza energetica- le famiglie si affideranno sempre più ai condizionatori per adattarsi ai cambiamenti climatici, rischiando così di generare ancora più emissioni di CO2. Un ulteriore studio dell’Università Ca’ Foscari e del Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici ha analizzato, infatti, la diffusione di climatizzatori in cinque Paesi europei (Francia, Olanda, Spagna, Svezia e Svizzera): tra il 2011 e il 2040, il numero di persone che avranno in casa un impianto di raffreddamento aumenterà, mediamente, del 4,3%.

Il caso emblematico è quello spagnolo dove, anche a causa delle diverse ondate di calore che hanno colpito il Paese negli ultimi anni, si stima che quasi il 50% delle famiglie avrà un condizionatore entro il 2040 (contro il 5% del 1990). Anche per la Francia è prevista una crescita lenta ma costante (dal 13% del 2011 al 17,3% del 2040) anche se nel Paese quasi il 50% delle abitazioni sono dotate di isolamento termico. In Svezia il numero di condizionatori è già oggi superiore di 30 volte rispetto al 2005 e, secondo le previsioni dei ricercatori, una famiglia su cinque ne avrà uno in casa entro il 2040.

Per spezzare il circolo vizioso che vede l’aumento dell’uso dei climatizzatori come risposta all’aumento delle temperature e che determina un conseguente aumento delle emissioni occorre cambiare strategia. “Si può intervenire promuovendo forme meno energivore di raffreddamento, sia a livello individuale, sia a livello urbano di comunità: zone e tetti verdi sono misure che possono ridurre la temperatura -spiega Enrica De Cian-. Inoltre è importante puntare sull’efficienza energetica degli impianti di raffreddamento. Quelli che consumano meno, però, vengono acquistati relativamente poco perché i consumatori preferiscono modelli meno costosi. Per questo sono importanti anche politiche di incentivo di acquisto di modelli efficienti, oltre a politiche di incentivo per l’isolamento termico, una strategia di più lungo periodo che però richiede un investimento iniziale che non tutti riescono ad affrontare per questioni economiche o di vincoli istituzionali”.

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