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Nel cohousing la collaborazione trova casa: ecco come fare

È una “casa estesa”, uno stile di abitare in cui i cohouser mettono in comune spazi, risorse, attività, servizi. Dove è possibile ritrovare il senso di comunità e la socialità. Una mappatura aggiornata del fenomeno in Italia

Tratto da Altreconomia 205 — Giugno 2018

La fuga nel privato è finita? Non lo sappiamo, ma certamente è sempre più diffuso il bisogno di ritrovare, con modalità differenti dal passato, il senso di comunità smarrito nella società liquida. Lo testimonia, tra gli altri indizi, la crescita della sharing economy (una ricerca di Pwc stima in Europa 28 miliardi di euro di fatturato): ma il passaggio “dalla proprietà all’accesso” non è solo una scorciatoia digitale per risparmiare. Coinvolge qualcosa di più profondo, il desiderio di condividere cose, gesti, tempo. L’abitare collaborativo è una frontiera importante: è arrivato in questi giorni in libreria “Cohousing. L’arte di vivere insieme”, libro di Altreconomia a cura di HousingLab che dà conto delle esperienze già attive o in cantiere in Italia e che ne racconta -attraverso le voci di studiosi, esperti, abitanti- caratteristiche distintive, natura, spirito e prassi.

Che cos’è un cohousing? Paolo Mazzoleni, architetto lo definisce non a torto, nella prefazione, una “casa estesa”: “Un edificio collaborativo [è] una soluzione efficace alle necessità e ai bisogni di chi lo abita, ma può anche essere alimento straordinario per ciò che lo circonda. Una comunità che condivide spazi e servizi è un campo aperto dove coltivare convivenza (…) una palestra di cittadinanza, (…) un incubatore di urbanità”.

Le interviste agli abitanti delle 40 realtà mappate (la “Mappatura dell’Abitare Collaborativo in Italia”, è a cura di HousingLab, 2017) fanno emergere in modo plastico le motivazioni precipue che hanno portato famiglie (46,4%), coppie (32,4%) o single (21,2%) a scegliere l’abitare collaborativo. Prima di tutto, il bisogno di relazioni autentiche; poi l’esigenza di spazi e opportunità che da soli non ci si sarebbe potuti permettere, la possibilità di mettere in comune pratiche green e virtuose come la scelta di energie da fonti rinnovabili o l’avvio di un Gruppo d’acquisto solidale. Infine l’apertura al quartiere e la condivisione di interventi di welfare diffuso, come l’accoglienza a famiglie fragili e altri. Senza dimenticare l’opportunità concreta di conseguire un non trascurabile risparmio.

L’assunto è quindi che, in un cohousing, vivere insieme, sia pure nella “densità urbana”, sia un punto di forza e il condominio, da luogo proverbiale per le liti, diventi un laboratorio di innovazione sociale: le esperienze di questo manuale raccontano infatti una straordinaria normalità, dove le pratiche di mutuo aiuto sono quotidiane e la condivisione è sinonimo di qualità della vita.

La seconda parte traccia infatti -anche attraverso numeri e infografiche- una vera e propria “carta di identità” del cohousing e dei suoi co-abitanti: enumera, ad esempio, gli spazi, i servizi e le attività collaborative che si possono attivare tra gli abitanti, dall’orto alla lavanderia in comune, dall’automobile collettiva al salone per le feste.

L’ultima parte ospita i contributi di esperti -archittetti, progettisti, commercialisti- che rispondono alle domande più frequenti e importanti che si pone chi inizia un percorso di abitare collaborativo: ad esempio come “reclutare” i cohouser (che non sempre si conoscono da prima, anzi), quali siano i costi da affrontare e come finanziare il progetto, se sia meglio costruire o ristrutturare, quale forma giuridica adottare (cooperativa o altre), come si gestisce in concreto un cohousing, come si scrive un “regolamento”, come prendere le decisioni e prevenire i conflitti, quali rapporti instaurare con la Pubblica Amministrazione.

Un tema forte è proprio quello dell’interazione con l’ente pubblico, e di come sia possibile proiettare le esperienze di cohousing a una scala superiore, su una dimensione di città. Scrive al proposito Gabriele Rabaiotti, assessore alla Casa e ai Lavori Pubblici del Comune di Milano: “Perché [è importante] un progetto sociale dell’abitare? Perché rimarca l’importanza della dimensione ‘micro’, della relazione, del rapporto interpersonale, del vicinato, rispetto al modello di pianificazione ‘macro’ che lavora sul grande spazio o sul servizio pubblico, sulla grande attrezzatura”.


In un libro, principi, esperienze e numeri dell’abitare collaborativo
È la prima mappatura organica in Italia, una guida alle forme di abitare collaborativo, dedicata a chi desidera intraprendere questo percorso. L’ha curata HousingLab, laboratorio milanese di ricerca, sperimentazione e sviluppo nel campo dell’abitare (housinglab.it). Si parte dalle motivazioni dell’abitare collaborativo e – attraverso i dati raccolti – si delineano il profilo dei cohouser, le esperienze in corso, gli spazi e servizi messi in comune, le pratiche sostenibili avviate, le “porte aperte” al quartiere. Il cuore del libro sono le risposte degli esperti ai quesiti più frequenti: dal “casting” dei futuri abitanti, agli strumenti per comunicare in modo efficace ed essere trasparenti, dallo scontro con la burocrazia, alla “psicologia del cohouser”.  Prefazione di Paolo Mazzoleni, architetto e interventi di Gabriele Rabaiotti, assessore alla Casa e ai Lavori Pubblici del Comune di Milano, Giordana Ferri, direttore Esecutivo di Fondazione Housing Sociale e Marta Mainieri, fondatrice di Collaboriamo.

“Cohousing. L’arte di vivere insieme. Principi, esperienze e numeri dell’abitare collaborativo”, di Liat Rogel, Marta Corubolo, Chiara Gambarana, Elisa Omegna, 144 pagg, 15 euro, Altreconomia edizioni.

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