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Cultura e scienza / Intervista

Nel bivacco dello scrittore. Intervista a Paolo Cognetti

Paolo Cognetti, scrittore italiano classe 1978. Il suo ultimo libro è "Le otto montagne" (Einaudi) - foto di Roberta Roberto

Paolo Cognetti, classe 1978, ha vinto il “Premio Strega”. Ed è in montagna -dove vive per 6 mesi all’anno cercando il silenzio- che ritrova sfondi e protagonisti della sua opera. Il suo ultimo libro -“Le otto montagne”, edito da Einaudi- è un caso editoriale e verrà tradotto in 31 Paesi del mondo. Ecco la nostra intervista di febbraio

Tratto da Altreconomia 190 — Febbraio 2017

“Il mio rapporto con la lettura è nato nell’adolescenza, nella solitudine e nella noia: è una situazione che difficilmente una persona torna a vivere, e che può essere riempita con la scoperta dei libri, quando hai 15 o 16 anni. Nella nostra epoca, però, quel vuoto viene colmato da altre cose, come i social network, che sono mezzi di intrattenimento, più che d’informazione, e mi sembra a rischio l’inizio di un’esperienza di lettura, quella in cui ognuno può scegliere di imboccare la propria strada. Questo mi preoccupa, più della crisi del mercato del libro”.
Paolo Cognetti è nato nel 1978, e ha da poco pubblicato il primo romanzo per Einaudi, “Le otto montagne”, una storia che ruota intorno a un’amicizia lunga quasi trent’anni tra un ragazzo di città e un montanaro.
Il suo è un caso editoriale: il libro verrà pubblicato in ben 31 Paesi, ed è il romanzo italiano più tradotto del 2016; intanto, occupa stabilimente e da due mesi una posizione intorno alla decima nella classifica dei testi di narrativa italiana più venduti. 
Per l’autore, rappresenta una svolta: “Per la prima volta -racconta Cognetti-, posso dire che scrivere è il mio lavoro. Negli ultimi due anni, dopo aver siglato il contratto con Einaudi, ho fatto questo e basta”. Nel 2012, a 34 anni, Cognetti aveva firmato per minimum fax “Sofia si veste sempre di nero”, ma  la selezione al Premio Strega 2013 e un’ottima diffusione (15mila copie) non si erano tradotti in un reddito sufficiente. “Tanti anni di lavoro (la prima raccolta di racconti Cognetti l’ha pubblicata sempre per minimum fax nel 2004, ndr) non mi avevano portato a un’autonomia economica: credo nella scelta, politica, di pubblicare per un piccolo editore, ma ho dovuto mediare con il mio bisogno di adulto di vivere dignitosamente del mio lavoro, senza fare il cameriere in un ristorante, in Val d’Aosta, o il barista qui alla Scighera”, il circolo Arci nel quartiere milanese della Bovisa dove c’incontriamo, e dove Cognetti ha lavorato per due anni. Tra i cambiamenti significativi, sottolinea Cognetti, c’è anche che la scelta dell’editore per “Le otto montagne” sia stata curato da un agente, “è grazie al lavoro di questa persona, Monica Malatesta, che il contratto è stato più vantaggioso. Ad esempio, tutti i diritti secondari, legati a un’eventuale trasposizione cinematografica e alla vendita all’estero, sono riservati all’autore: queste erano cose che non sapevo, e mi dicevo ‘non voglio che ci sia di mezzo un professionista’ tra me e l’editore; ma così facendo accettavo anche condizioni contrattuali su cui avrebbe avuto senso ragionare un po’ di più”.

“I social network sono mezzi di intrattenimento più che d’informazione, e mi sembra a rischio l’inizio di un’esperienza di lettura, quella in cui ognuno può scegliere di imboccare la propria strada. Questo mi preoccupa, più della crisi del mercato del libro”

Come si scrive, oggi, un romanzo?
PC Secondo me, dovrebbe essere una rappresentazione della vita a cui le persone, i lettori, possano credere, perché altrimenti è solo una forma d’intrattenimento. Se devo scrivere del Nepal, come faccio ne “Le otto montagne”, devo andare in Nepal: conosco solo questo modo di scrivere. In molti mi chiedono quanto sia autobiografico il mio ultimo libro: è una domanda cui non rispondo, ma sono contento che mi venga posta, perché significa che il romanzo non viene percepito come finzione.

Non usi i social network. Che tipo di rapporto coltivi con i tuoi lettori?
PC Immagino che Facebook potrebbe aiutarmi a raggiungere più persone, ma so di essere una persona portata a diventare ossessiva, dipendente. Faccio fatica a moderarmi: non sarei capace di usare questi strumenti per un’ora al giorno, e dato che sento molto il pericolo che invadano la mia vita preferisco starne fuori.
Per comunicare uso il blog, ed uso tanto la mail, che è pubblica: i lettori possono scrivermi ed io cerco di rispondere a tutti; nel mese in cui è uscito il romanzo, ogni giorno ho dedicato mezza giornata alle risposte. È un rapporto epistolare che richiede più attenzione e più tempo che un messaggio su Facebook.
Anche le presentazioni dei miei libri sono di due tipi: alcune coinvolgono un grande pubblico, e anche se è bello parlare di fronte a tante gente non ho un ritorno. Per questo accetto più volentieri gli inviti che mi arrivano da località montane, per piccoli incontri. Come quello di Trento, in dicembre, organizzato dalla Società degli Alpinisti Tridentini: c’erano appena dieci persone, e tutti hanno voluto dir qualcosa sul libro; così è stata una discussione, e non una presentazione, ed io ne sono uscito pieno di idee, di relazioni da coltivare. Questa è la parte più bella.

Ad aprile Milano ospiterà la prima edizione di “Tempo di libri”, figlia di un conflitto con Torino e il suo Salone del libro. Pensi che questa moltiplicazione degli spazi faccia bene all’editoria?
PC Non penso che sia un bene, e qui affermo qualcosa che è in contrasto con la posizione del mio editore. Per me era bello restare a Torino, dove esiste una tradizione. Non ho sensazioni positive sulla nuova fiera di Milano: se l’idea è quella di un gran mercato del libro, con un’insistenza sugli autori più famosi, i bestseller, mi sembra poco interessante. A me sono sempre piaciute la fiera di Roma dedicata alla piccola e media editoria (Più libri più liberi, http://www.plpl.it, si svolge nel mese di dicembre, ndr) ed il Salone di Torino. Sono spazi in cui è possibile incontrare gli editori, dov’è possibile costruire relazioni. Non credo che questo accadrà alla fiera di Milano.

Ne “Le otto montagne” prevalgono due temi, la solitudine e l’accoglienza. Che rapporto hanno con l’ambiente alpino?
PC Ho maturato l’esigenza di solitudine dopo i 30 anni, dopo un periodo di “non scrittura” che ho collegato molto alla mia vita in città, che era diventata invadente: mi ha dato molto fastidio la perdita di concentrazione dovuta alla presenza costante dei mezzi di comunicazione, che mi portava a fruire dei testi in modo sempre più breve. Anche leggere un libro era diventato difficoltoso, e mi sentivo arrabbiato con me stesso. Ho cercato la solitudine e il silenzio, in montagna, per leggere e scrivere.
Da poco ho riletto “Due di due”, il romanzo di formazione di Andrea De Carlo: trovo tanto romantico e anacronistico questo bisogno di Mario, il protagonista, di andare a vivere in campagna e non usare più i mezzi a motore: è la posizione di un cittadino, un po’ utopica, che non porta lontano. Incontrando molte persone che cercano di vivere in montagna riconosco che non dev’essere un’avventura estrema; è necessario, invece, rendere quel territorio vivibile. Anche se sono un po’ arrabbiato con gli sciatori, perché considero lo sci da discesa un modo distruttivo per vivere la montagna, che sfigura il paesaggio montano, mi rendo conto che è l’unica economia vera presente sulle nostre Alpi, dove oggi vivo per sei mesi all’anno, in una baita che ho preso in affitto in Val d’Aosta.
È un po’ isolata, ma non come quella che Pietro e Bruno, i protagonisti del libro, costruiscono. E la porta del rustico di “Grana”, nel romanzo, è sempre aperta, secondo una bellissima usanza del bivacchi in alta montagna, rifugi non custoditi aperti ai viandanti. Chi li usa prima di andar via lascia un po’ di legna ed anche del cibo per chi verrà dopo di lui. È questa l’idea di accoglienza, e la montagna una società ideale che sarebbe bello poter trasferire in Pianura. Chi cammina per sentieri si saluta sempre, e ti fa pensare che in un mondo con più armonia tra l’uomo e il paesaggio in cui abita, e meno densità, il vivere è meno incivile. 
In alpeggio lavorano moltissimi stranieri, oggi romeni, prima marocchini, che si mostrano capaci di una vita dura, al pari di quella dei montanari: questo favorisce un’integrazione, che è diversa da quella di città, ed è fondata sul lavoro.

Hai firmato una prefazione all’edizione Einaudi di “Walden”, un diario di Henry David Thoreau che racconta i suoi due anni di vita in un bosco. Qual è la tua idea di sobrietà?
PC Thoreau è un maestro per chi cerca il modo di semplificare il problema dell’esistenza: spiega che se è capace di ridurre i propri bisogni all’essenziale, ogni persona può aspirare alla libertà. La mia idea di sobrietà è legata al consumo: non acquisto quasi niente. Anche la scelta del vegetarianismo, che ho maturato in Nepal, è una scelta di nonviolenza sul mondo; il mio obiettivo è utopico: passare senza lasciare alcun rifiuto.
Anche se ho un rapporto rilassato col denaro, e non sono parsimonioso, mi rendo conto che è raro passare un paio di giorni a Milano senza dover metter mano al portafoglio. Che quasi ogni gesto che compio ha un rapporto col denaro; in montagna, invece, a meno di andare al bar, puoi vivere per giorni senza toccare i soldi. E questa è una cosa bellissima.

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