Diritti

“Chiediamo asili, non cacciabombardieri”

La redazione di Altreconomia aderisce alla campagna online

“Stop F35”, una campagna per chiedere lo stop della partecipazione italiana alla produzione di 131 nuovi caccia bombardieri. L’iniziativa, promossa dalla Rete italiana per il Disarmo e dalla campagna Sbilanciamoci! (di cui fa parte anche Ae), arriva dopo che -a inizio aprile- Camera dei deputati e Senato hanno dato via libera al governo per l’acquisto di 131 cacciabombardieri Joint Strike Fighter, che impegna l’Italia per 15 miliardi di euro fino al 2026 (vedi Ae 103).  
Dagli Usa -il governo americano è l’ente promotore del progetto- arrivano le perplessità del Government Accountability Office, il corrispettivo della nostra Corte dei Conti. Il Gao ha criticato le pressioni esercitate dal dipartimento della difesa (Dod) e dalle imprese appaltatrici affinché la fase di sviluppo venga portata a conclusione prima che le più importanti tecnologie divengano mature, iniziando così i test costruttivi dell’aereo prima che i progetti divengano definitivi e iniziando la fase di produzione prima che i test in volo dimostrino che l’aereo sia realmente pronto. C’è il rischio, cioè, di scoprire eventuali difetti a posteriori, quando correggerli sarà estremamente complicato e costoso. A conferma di ciò la decisione di anticipare l’acquisizione del 15% del totale dei velivoli, cioè 360 aerei, testando solo il 17% delle capacità dell’F-35 in volo, per lasciare tutto il resto alle simulazioni di laboratorio.
Sbilanciamoci e Rete italiana per il disarmo contestano le affermazioni del ministero della Difesa italiano, secondo il quale nella struttura industriale del nostro Paese si creeranno grazie al Jsf circa 600 posti di lavoro (nella fase di picco), “più una spinta occupazionale nelle aziende locali e nazionali quantificata in circa 10.000 posti di lavoro. Una cifra esagerata, se si pensa che in Italia l’industria a produzione militare nel 2008 ha dato occupazione a 26.395 persone. È più realistica l’ipotesi delle parti sociali che parlano di 200 occupati più altri 800 nell’indotto. In questo settore, bisogna tener presente che alti sono i profitti dell’industria militare, anche perché garantiti dai governi, ma basse sono le ricadute occupazionali in base ai soldi investiti”.
In Europa, infatti, nel settore industriale militare tra il 1993 ed il 2003 sono stati cancellati 750.000 posti passando da 1.522.000 occupati a 772.000. Se il nostro Paese investisse la stessa cifra destinata al Jsf nel settore delle fonti rinnovabili, oltre a diminuire la dipendenza dal petrolio e aumentare la qualità della nostra vita, creerebbe dai 116.000 ai 203.000 posti di lavoro.
“Ragion per cui arrivare a parlare poi del Jsf come di una occasione anticrisi ci sembra esagerato. Infatti per il ritorno occupazionale si parla di 1/10 rispetto alle previsioni. La possibilità di ripensarci ancora c’è – ha spiegato nel corso di una conferenza stampa a Roma Massimo Paolicelli, co-autore insieme a Francesco Vignarca del libro La Casta dei militari (Altreconomia edizioni), in libreria da luglio-. La Norvegia, il 30 marzo 2009 ha sospeso fino al 2012 la sua partecipazione al programma del Jsf. Noi chiediamo al Governo italiano di non procedere con la firma di un contratto che equivale ad un assegno in bianco”.
La campagna Sbilanciamoci!, invece, ha fatto due conti calcolando cosa potrebbe esser fatto in alternativa con 15 miliardi di euro: “Si possono costruire 5mila nuovi asili nido, costruire 8 milioni di pannelli solari, dare a tutti i collaboratori a progetto la stessa indennità di disoccupazione dei lavoratori dipendenti, allargare la cassa integrazione a tutte le piccole imprese”, ha spiegato il portavoce Giulio Marcon.

Informazioni ai siti: www.sbilanciamoci.org, www.disarmo.org

L’appello si può sottoscrivere online alla pagina www.disarmo.org/nof35

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