Ambiente / Approfondimento

Dalla plastica al climate change: che cosa ci raccontano i ghiacciai

Gli ambienti glaciali terrestri hanno un ruolo ecosistemico fondamentale che influenza il clima, i corsi d’acqua, il livello del mare e la biodiversità. Studiarne le dinamiche può contribuire a prevenire problemi futuri. A partire da quelli Alpini

Tratto da Altreconomia 216 — Giugno 2019
Il Laboratorio internazionale Piramide a 5.050 metri di quota nella valle della Khumbu presso l’Himalaya

“Con questo documento presentiamo le prime prove della presenza di microplastiche in un ambiente glaciale terrestre”. La voce del gruppo di ricerca multidisciplinare delle Università degli studi di Milano (unimi.it) e Milano-Bicocca (unimib.it) -composto da Roberto Sergio Azzoni, Roberto Ambrosini, Francesca Pittino, Guglielmina Diolaiuti, Andrea Franzetti e Marco Parolini- si è fatta sentire lo scorso aprile a Vienna, durante l’assemblea generale dell’European Geosciences Union (EGU, egu2019.eu). Lo studio presentato è il primo nel suo genere, perché prende in considerazione l’ambiente di alta montagna (in particolare il ghiacciaio dei Forni, nel gruppo Ortles-Cevedale in alta Valtellina), documentando -attraverso dei campionamenti svolti nell’estate 2018- la presenza delle microplastiche in una quantità simile a quella osservata nei sedimenti marini e costieri d’Europa: circa 75 particelle per chilogrammo di sedimento. Sarebbero da 131 a 162 milioni le particelle di plastica trovate dai ricercatori nella lingua d’ablazione del ghiacciaio dei Forni, uno dei più importanti apparati glaciali italiani, tra i 2.600 e i 3.600 metri sul livello del mare: la microplastica è arrivata fin quassù con l’attività umana, rilasciata dall’abbigliamento e dall’attrezzatura degli alpinisti o trasportata dal vento. Una delle prime sfide per i ricercatori, infatti, è stata proprio “campionare il sedimento sul ghiacciaio evitando di contaminarlo disperdendo particelle di plastica dai materiali tecnici dell’abbigliamento di montagna”, come racconta Roberto Ambrosini, ecologo del dipartimento di Scienze e politiche ambientali dell’Università degli studi di Milano. Nelle foto dei campionamenti, infatti, balzano subito agli occhi i camici da medicina -100% cotone- e gli zoccoli di legno indossati dai ricercatori. “Sapevamo che avremmo trovato microplastiche nel sedimento sopraglaciale, ma la sorpresa è stata nelle quantità trovate, principalmente di poliestere, poliammide, polietilene e polipropilene -spiega Ambrosini-. Ora sono in corso campionamenti per verificare la presenza di microplastiche nelle precipitazioni nevose, mentre quest’estate continueremo i campionamenti su altri ghiacciai e approfondiremo lo studio del ghiacciaio dei Forni”. Infine, “studieremo se sono in atto dei processi di degradazione da parte dei batteri delle microplastiche trovate sui ghiacciai e quali sono le dinamiche del rilascio a valle di questi contaminanti”. Uno dei temi oggetto della ricerca è capire se la fusione del ghiaccio possa contribuire al rilascio di microplastiche. “I ghiacciai somigliano a dei grossi frigoriferi dove sono stoccate quantità non trascurabili di sostanze chimiche bandite -i cosiddetti legacy pollutant-, che la fusione ci riversa addosso”, spiega Ambrosini. Per questo lo studio delle dinamiche dei ghiacciai può contribuire a prevenire problemi futuri.

I campionamenti sul ghiacciaio dei Forni alla ricerca di microplastiche: i ricercatori dell’Università Statale di Milano e di Milano-Bicocca indossano camici da medicina -100% cotone- e zoccoli di legno

Il ritiro dei ghiacciai è così “rapido e conclamato” -come lo definisce Daniele Bocchiola, idrologo del Politecnico di Milano- che la superficie glaciale italiana si è quasi dimezzata nell’arco di 50 anni. “Negli anni 60 era di 600 chilometri quadrati, oggi è di circa 350”, dice. A causa dell’innalzamento di un grado e mezzo delle temperature medie, non solo tutti i ghiacciai alpini sono in forte ritiro -con una sensibile riduzione dell’area-, ma si riduce anche lo spessore del ghiaccio. “Negli ultimi 15 anni c’è stata una perdita di circa due metri l’anno, su una media di un centinaio di metri di spessore dei ghiacciai”, osserva Bocchiola. Dati allarmanti confermati dagli studiosi che hanno realizzato nel 2015 il “Nuovo catasto dei ghiacciai italiani”, curato da Claudio Smiraglia e Guglielmina Diolaiuti dell’Università di Milano (vedi Ae 173): è la mappatura ufficiale e aggiornata dei ghiacciai italiani, che -per la prima volta dagli anni 60 e grazie al finanziamento in assegni di ricerca da parte di Levissima (gruppo Nestlé)- illustra dove si trovano e come sono fatti. “In questi 55 anni, le Regioni avevano continuato a raccogliere i dati in maniera autonoma, in modo disomogeneo e usando metodi diversi”, spiega Roberto Sergio Azzoni, ricercatore di Geografia fisica all’Università degli studi di Milano. Serviva, invece, “una fotografia coeva del glacialismo italiano, per porre le basi per un confronto con le trasformazioni che questi ambienti subiranno negli anni a venire e rispetto alla loro storia”. Grazie a delle foto aeree ad alta risoluzione, sono stati identificati 903 ghiacciai su una superficie complessiva di 368 chilometri quadrati (il 30% in meno rispetto agli anni 50), i cui perimetri sono georeferenziati e navigabili online (cercando “Catasto dei ghiacciai italiani” su sites.unimi.it). “La tendenza che osserviamo è che entro la fine del secolo la presenza dei ghiacciai sarà limitata a piccole placche di ghiaccio in alta quota -aggiunge Azzoni-, con gravi conseguenze sulle riserve d’acqua”. Anche se i ghiacciai delle Alpi non offrono una riserva d’acqua utile all’irrigazione come fanno invece pioggia e neve, sono comunque una riserva preziosa nei periodi siccitosi. Soprattutto, danno un contributo importante nella produzione di energia idroelettrica -che rappresenta circa il 20% della produzione nazionale di energia-, grazie a un sistema di dighe destinato a essere ripensato se non ci saranno più i ghiacciai. Senza dimenticare il “sostegno economico che questi ecosistemi danno alle aree di montagna, destinate a cambiare radicalmente se alpinisti ed escursionisti non potranno più visitare i ghiacciai”, aggiunge Azzoni.

“È necessaria una pianificazione delle risorse idriche: avremo a disposizione meno acqua e dovremo sapere come gestirla, in modo diverso da ora” – Daniele Bocchiola

Da un punto di vista idrologico, inoltre, “il prezioso contributo d’acqua che arriva dalla fusione dei ghiacciai ai fiumi di origine montana nei mesi tra giugno e settembre è destinato a diminuire con la scomparsa dei ghiacciai”, osserva Daniele Bocchiola. Un fenomeno contemporaneo al calo delle precipitazioni estive e delle nevicate -dimezzate dagli anni 60 a oggi-, che avrà gravi ricadute sulla futura disponibilità d’acqua sulla Terra. “In questi ultimi decenni, fino a 3.500 metri d’altezza d’estate la neve fonde quasi tutta e i ghiacciai hanno perso così una fonte di sostentamento. Quelle che vediamo oggi sono solo le reliquie dell’ultima glaciazione avvenuta 100mila anni fa”. Per questo, continua Bocchiola, “è necessaria una pianificazione delle risorse idriche: avremo a disposizione meno acqua e dovremo sapere come gestirla con cura, in modo diverso da ora”. Secondo il professore, questo cambiamento è “possibile solo a partire da una conoscenza dell’evoluzione del paesaggio montano. Neve e ghiaccio stanno lasciando spazio a nuove forme di vegetazione”. Si sviluppa così una complessità inedita e di più difficile gestione, che ci coinvolge tutti e deve vederci impegnati come comunità verso nuove forme di mitigazione e adattamento. Un richiamo alla responsabilità viene anche dall’Unione internazionale per la conservazione della natura (iucn.org), che alla fine di aprile ha pubblicato un articolo in cui presenta il primo studio su 19mila ghiacciai in 49 siti naturali Patrimonio mondiale dell’umanità, prevedendo che perderanno dal 33 al 60% del loro volume entro il 2100. A quell’epoca, i ghiacciai presenti tra 8 e 21 siti Unesco del mondo -a seconda dei modelli previsionali utilizzati, legati alle emissioni di CO2 (e quindi all’attività umana)- saranno completamente estinti. La Nuova Zelanda (76%), l’Alaska (44%) e l’Asia settentrionale (26%) sono le Regioni con la più alta percentuale di ghiaccio all’interno dei siti Patrimonio dell’umanità, ma secondo lo studio, “una sostanziale perdita di ghiaccio si verificherà in tutti i siti”, meno sensibilmente nelle isole Antartiche. “La presenza dei ghiacciai è stata riconosciuta come valore naturale e viene spesso citata per giustificare l’iscrizione dei 46 siti studiati nella lista del Patrimonio mondiale -si legge-. Di conseguenza, la forte perdita di ghiaccio e la prevista estinzione dei ghiacciai influirà fortemente sull’integrità e sul valore di molti di questi siti”. Inoltre, i ghiacciai hanno un ruolo ecosistemico fondamentale che influenza il clima, i corsi d’acqua, il livello del mare e la biodiversità, e “la loro scomparsa avrà significative conseguenze naturali, socio-economiche e quindi migratorie”. Secondo l’Iucn, tuttavia, “una drastica riduzione delle emissioni potrebbe frenare rapidamente il tasso di scioglimento e salvaguardare nel lungo periodo un grande volume di ghiacciai, limitandone gli effetti a cascata”. Una strategia da adottare prima di superare “la soglia oltre cui la Terra diventerebbe una serra pericolosa e incontrollabile”.

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