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Caso Cucchi: parla l’avvocato del carabiniere che accusa del pestaggio i colleghi

Appena tre anni fa, il militare Francesco Tedesco asseriva che Cucchi “non l’ha toccato nessuno” e definiva “mongoloide” la carabiniere che per prima aveva raccontato la verità. Il suo legale Eugenio Pini chiarisce che le dichiarazioni di oggi sono frutto del superamento di una “condizione di prostrazione”

Il carabiniere che ha contribuito ad “abbattere il muro” sulla morte di Stefano Cucchi ha due facce, due voci, due storie inconciliabili. Il suo avvocato, Eugenio Pini, riconduce il tutto a un “percorso fatto”, a una “condizione di prostrazione” superata, a un carabiniere “ultimo in grado” schiacciato da un’Arma che “copre” i colpevoli. Sarà così. Ma la voce di Tedesco risalente appena a tre anni fa, intercettata dalla Squadra mobile della Questura di Roma, pone degli interrogativi. Ad esempio quando nel settembre 2015, al telefono con uno dei carabinieri che oggi accusa, diede della “mongoloide” alla collega che aveva raccontato per prima i fatti. Aggiungendo paradossalmente che “Se questa sei anni fa, ha fatto una relazione di servizio, come mai non è stata presa al vaglio ed in considerazione? E se non l’ha fatta, come dicono i giornali, che questa è stata sentita da poco, questa dev’essere indagata per omissioni d’atti d’ufficio!”.

Abbiamo deciso di girare queste domande proprio al legale del militare, all’epoca dei fatti (ottobre 2009) in servizio presso il comando stazione carabinieri di Roma Appia. E che nel luglio 2018, a quasi nove anni dalla morte di Cucchi, ha accusato del pestaggio due suoi colleghi -Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo, sotto processo come lui per l’omicidio preterintenzionale del geometra 31enne-. Denunciando inoltre la sottrazione dal protocollo dell’Arma di un’annotazione decisiva che avrebbe redatto di persona alla notizia della morte di Stefano.

Ma quando Tedesco fu sentito in Procura il 30 luglio 2015 disse che “non riuscirono a eseguire il fotosegnalamento in quanto non era presente nessuno e né lui, né i suoi colleghi erano in grado di eseguire l’atto” aggiungendo di non ricordare “per quale ragione non avessero attestato in alcun atto che non era stato possibile eseguire il fotosegnalamento”. E poi ribadì che “nulla accadde quella notte”.

Che cosa è successo in questi tre anni di indagine? “Non è che è intervenuto qualcosa sulle indagini -replica l’avvocato di Tedesco, Eugenio Pini-. È intervenuto qualcosa sulla persona che ha finalmente fatto un percorso grazie al quale si è riuscita a liberare da questo vincolo che lo legava a una deposizione che è stato costretto a fare. Quali sono stati poi gli accadimenti, lui li spiega. Lui dice che finalmente ha visto nel comandante generale Tullio Del Sette una volontà di punire i colpevoli. Lui lì si è detto che il muro stava crollando. Poi anche il fatto che la sua figura e persona era associata a un reato grave, l’omicidio, ecco per la prima volta ha preso coscienza del fatto che effettivamente quella condotta lesiva che si era svolta davanti ai suoi occhi e che lui era intervenuto per fermare, era associata alla possibilità che potesse aver determinato la morte di Cucchi”.

L’annotazione che avrebbe redatto alla notizia della morte però è irreperibile, sia in forma cartacea sia in formato digitale. “Eh sì, è sparita. In digitale, come spiega Tedesco, perché lui è solito riscrivere i file. Ebbe un problema nel computer, che era del 2009, che lo costrinse a pulirlo. Ma non è in nessun modo messa in discussione la circostanza della relazione perché appunto è stato ritrovato il protocollo, benché molto probabilmente sia stato riscritto. Ma poi sopratutto è sparita pure, voglio dire, ci sono dieci numeri a livello di informatizzazione di tutti gli atti da parte dell’Arma dei carabinieri e hanno saltato praticamente dieci numeri tra cui appunto il progressivo che riguardava questo 79. E poi l’altro elemento ulteriore molto significativo e importante è che compare nella protocollazione degli atti un 79bis, che è praticamente messo successivamente a quel 79 che fu il protocollo utilizzato da Tedesco per l’annotazione che riguardava Cucchi”.

Quel 30 luglio 2015 Tedesco scrisse un sms a Di Bernardo, collega che oggi accusa del pestaggio. I due, come scrivono all’epoca gli inquirenti, “erano ancora all’interno degli uffici della Procura, ma erano stati invitati a non parlare fra loro in quanto avrebbe potuto essere disposto un confronto”. Tedesco scrive a Di Bernardo: “Cosa hai detto?”. E Di Bernardo risponde: “Quello che sai…. Ma dice che un detenuto ha detto che due in borghese lo tenevano e uno in divisa cercava di difenderlo io ero in borghese e mi hanno indagato”. Ed è lui a chiedere a Tedesco: “Ma tu che hai detto”. La risposta, tre anni dopo, nei giorni del presunto “riscatto”, è laconica: “Che nessuno di noi lo ha toccato”.

Poi decide di ricordare e salta fuori l’annotazione?
“No però non è esatto dire ‘decide di ricordare’, non è proprio così -continua l’avvocato Pini-. Dobbiamo necessariamente calarci nel fatto che un ragazzo, ultimo in grado nell’Arma, interrompe una condotta lesiva, entra in questo momento di violenza che stava subendo Stefano Cucchi e a mani nude affronta due colleghi, spintonandoli, e protegge Cucchi, lo difende, lo accompagna, lo soccorre. Consideri che questa non è una narrazione successiva ma questo è stato raccontato da Cucchi al detenuto Lainà che è venuto in aula e l’ha detto. E poi oltretutto lo stesso Tedesco denuncia telefonicamente il fatto al superiore e trova che questo lo sapeva che gli altri due carabinieri sono stati tolti dal verbale di arresto, spariti, e poi fa questa annotazione che doveva andare in Procura e che nel suo percorso sparisce. Non stiamo parlando quindi di una persona che decide di parlare o di dire la verità, ma di un soggetto che ha avuto un percorso, ha sofferto, ha avuto timore, paura, terrore, e poi piano piano ha preso coscienza. Innanzitutto dal fatto che l’Arma si stava aprendo alla verità e poi ha preso coscienza del fatto che in qualche modo, o meglio, che il fatto di non aver raccontato, o che probabilmente non ha raccontato un fatto lieve ma un fatto che potrebbe essere connesso con l’evento morte”.

Restiamo sugli atti di indagine e sulle telefonate di Tedesco del 2015. Lui stesso, parlando con D’Alessandro, commenta la testimonianza dei colleghi (un uomo e una donna) che hanno acceso la luce sulla vicenda. Dice testualmente che “Questa verrà indagata anche per omissioni d’atti d’ufficio, questa è proprio mongoloide! Hai capito che ti […] questa è pazza! Chissà che cazzo ha combinato là dentro!”. Cioè rimprovera alla collega di non aver fatto una relazione di servizio. “Se questa è venuta a sapere, a conoscenza del reato, no? Come avrebbe, come ha dichiarato Mastronardi: ‘Se io fossi venuto a conoscenza avrei portato la magistratura subito!’. Questa qua se non l’ha fatto subito, cioè… il reato che entro 30 giorni… se non la fai… c’è… omissioni d’atti d’ufficio!”. Chi è il vero Tedesco?

Un estratto della conversazione del 13 settembre 2015 tra i carabinieri Raffaele D’Alessandro (R) e Francesco Tedesco (F)

“Sì però lui non è che sta parlando di questo fatto con delle persone per strada, con il suo avvocato o con il padre confessore -riflette oggi il legale del carabiniere-. Lui sta parlando di queste cose con le persone che lui ha denunciato e che sono state coperte dall’Arma dei carabinieri, il cui atto di denuncia è stato soppresso. Che doveva fare? O che doveva dire?”.

È un altro Tedesco.
“È un Tedesco che stava in un’altra condizione, di evidente prostrazione, di ricatto, di violenza, di minaccia. È chiaro. Ma questa cosa ci rafforza, è un bene”.

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