Economia / Attualità

La “questione” della cresta francese sui fondi per l’Africa

La vicenda secondo cui la Francia tratterrebbe metà degli aiuti e dei fondi trasferiti ai Paesi africani per pagare il proprio debito pubblico, rilanciata anche da esponenti politici, è stata strumentalizzata. Si tratta in realtà di una questione molto più complessa che riguarda la geopolitica e il modello di sviluppo della regione, come spiega Massimo Amato, docente all’università Bocconi di Milano

Barche di pescatori senegalesi sull'isola di Gorée @ fraggedreality via Flickr

“Migranti, la Francia fa la cresta sui soldi africani”, titola un articolo pubblicato sul sito del “Fatto quotidiano” a firma del senatore (e giornalista) Gianluigi Paragone. “Parigi fa la cresta sui fondi all’Africa”, rilancia Libero (sempre a firma di Paragone). Mentre il Giornale attacca: la Francia “tiene metà dei soldi donati all’Africa”. Da alcuni giorni un’inchiesta televisiva trasmessa dalla trasmissione di Rai2 “Night Tabloid” ha acceso una polemica -in rete ma non solo- circa l’utilizzo delle risorse che dall’Europa vengono trasferite in alcuni Paesi africani. Informazioni che stanno circolando anche tra coloro che sono impegnati in progetti di cooperazione allo sviluppo e solidarietà. E che alimentano preoccupazione e sconcerto.

“In questi termini è una totale sciocchezza sprovvista di ogni fondamento. Insomma una bufala”, taglia corto Massimo Amato, professore associato del dipartimento di scienze politiche e sociali dell’università Bocconi di Milano. Amato era stato intervistato nel servizio andato in onda sulla Rai, ma subito dopo aveva pubblicato un lungo post sulla sua pagina Facebook in cui precisava alcuni elementi. “Se un Paese o un individuo inviano 20 euro in un Paese africano che usa come valuta il Franco CFA, il destinatario riceve integralmente la quota inviata, ovviamente convertita nella moneta locale -spiega ad Altreconomia-, mentre le divise straniere entrano a far parte delle riserve. La Francia non ruba soldi ai Paesi africani ma, fatto politicamente ben più rilevante, le surroga sulla sovranità monetaria e sottrae loro il controllo sulle politiche monetarie”.

La conversione da euro a franchi CFA viene fatta, a tasso fisso, dalla Banca di Francia e Parigi non trattiene nemmeno un centesimo delle donazioni o delle rimesse che transitano attraverso i propri canali bancari. Diversa è la faccenda per quanto riguarda le riserve valutarie: “Se i Paesi dell’area CFA gestissero integralmente la loro politica monetaria quei 20 euro finirebbero integralmente nelle riserve della BCEAO (Banca centrale degli Stati dell’Africa Occidentale). Ma, per come è stato costruito questo meccanismo, 10 euro finiscono nelle riserve della BCEAO e l’altra metà finisce su un conto corrente gestito dal ministero del tesoro francese. Si tratta comunque sempre, anche in questo caso di un credito della Banca dei Paesi dell’Africa Occidentale nei confronti della Francia”.

A quanto ammonta l’importo di questo conto e come vengono usati questi soldi?
MA
Stiamo parlando di circa 10 miliardi di euro, che vengono investiti in titoli del debito francese. Agli occhi di un non addetto ai lavori può sembrare una cifra enorme, ma rappresenta circa lo 0,5% del debito pubblico francese. Un apporto assolutamente marginale: la Francia non ha bisogno dei soldi degli africani per finanziare il proprio debito. La questione invece è prettamente geopolitica. C’è poi un altro elemento da tenere in considerazione

Quale?
MA Le riserve della BCEAO una volta investite in titoli del debito maturano interessi che, anche se molto bassi, si aggirano sui 70 milioni di euro. E che vengono incassati dalla BCEAO.

Come funziona il franco CFA?
MA 
Franco CFA (sigla che stava all’origine per Franc des colonies françaises d’Afrique, ndr) nasce come moneta coloniale. Dopo l’indipendenza, raggiunta dai diversi Paesi africani attorno agli anni Sessanta, diventa il franco della Comunità Finanziaria Africana che oggi riunisce 14 Paesi dell’Africa sub-sahariana. La Francia garantisce la convertibilità del franco CFA, il tasso di parità è fisso ed è previsto il trasferimento gratuito di capitali all’interno dell’area. In cambio il 50% delle riserve valutarie dei Paesi della zona monetaria del franco Cfa sono depositate in un conto della Banca di Francia. E spesso sono gli stessi paesi africani che decidono di eccedere tale quota, depositando volontariamente anche più riserve.

Quali sono gli effetti di questa situazione?
MA 
La scelta di avere un cambio fisso non è necessariamente un male: permette ad esempio di evitare eccessive volatilità del cambio e dunque di evitare un rischio che può allontanare anziché attrarre investimenti. Inoltre la libertà di circolazione dei capitali,  non solo da, ma anche verso l’Europa, da una parte fa arrivare risorse finanziarie, ma dall’altra ha vantaggi anche per le classi dirigenti africane, che possono aprire conti correnti all’estero senza restrizioni sui flussi. Ci sono tuttavia delle criticità significative che derivano necessariamente dal simultaneo operare dal cambio fisso e della libertà di circolazione dei capitali: la più importante sta nel fatto che ogni espansione del credito interno si scontra con la necessità di mantenere il cambio fisso e che nello scontro soccombe.

Difendere il cambio implica che l’erogazione del credito debba essere razionata, perché un’espansione creditizia determinerebbe un’espansione dell’attività interna. E dunque anche una pressione sui cambi, data sia dall’aumento delle importazioni sia dall’aumento dei prezzi interni, derivanti entrambi dall’aumento di attività economica interna, insomma dallo sviluppo. In altre parole: con questa politica la BCEAO tarpa le ali allo sviluppo di un’economia locale. A queste condizioni si possono vendere bene le materie prime, ad esempio i fosfati del Togo. Ma il franco CFA condanna l’Africa a essere puramente esportatore di materie prime e a non avere, ad esempio, nemmeno un’industria di trasformazione agricola, con tutti i benefici di stabilizzazione dei prezzi agricoli interni e di aumento dell’occupazione manifatturiera che ciò comporterebbe.

Perché afferma che per la Francia si tratta di una questione geopolitica?
MA 
Perché la Francia non ha nessun particolare vantaggio economico dalla gestione del franco CFA, ma volentieri paga anche una piccola rendita sule riserve perché dalla gestione per procura della politica del cambio africano ritrae un vantaggio simbolico e un payoff politico nel controllo della politica monetaria di una fetta importante del globo, in un’area dove può avanzare la pretesa di giocare un ruolo importante come fattore di stabilizzazione geopolitica.

Come valuta questa politica monetaria?
MA Da un punto di vista economico rappresenta la cristallizzazione dei rapporti tra l’Europa e Paesi africani. E che perpetua un modello di sviluppo economico in cui l’Africa viene vista esclusivamente come esportatore di materie prime e in cambio ne riceve una rendita che serve anche a consentire livelli di vita elevati a élite milionarie. Anche le classi dirigenti africane che gestiscono questo modello economico, infatti, ne traggono dei vantaggi.

È un modello che può reggere ancora a lungo?
MA 
Il franco CFA perpetua un modello economico che ha una sua stabilità e dunque una certa ragion d’essere. C’è anche chi ha provato, come il Mali, a uscire dal franco CFA, ma poi ha fatto marcia indietro. In un futuro prossimo, però, dovremo fare i conti con la crescita demografica di una regione dove vivono circa 200 milioni di persone, con un altissimo tasso di disoccupazione, il cui numero è destinato a raddoppiare in pochi decenni. Una situazione che determinerà disoccupazione involontaria e dunque una pressione al rialzo sui flussi migratori. È questa la sfida con cui bisognerà fare i conti nel prossimo futuro.

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