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Altre Economie

Braccia ridate all’agricoltura

Nove ettari presi in affitto e coltivati con il metodo biologico e biodinamico. L’obiettivo: creare lavoro e nuove aziende agricole, sull’Appennino

Tratto da Altreconomia 138 — Maggio 2012

L’agricoltura ha bisogno di braccia e menti. È con questi ingredienti che in Valsamoggia, sull’appennino bolognese, c’è chi sperimenta nuovi modi di fare impresa. Tutto è iniziato nel 2010, a Monteveglio, un comune di poco più di 5mila abitanti: un gruppo di 22 persone -oggi diventate 30- ha dato vita a un’associazione culturale, gli Streccapogn (dal dialetto bolognese streccapogni, un’erba spontanea che cresce un po’ ovunque nella valle, dal sapore amarognolo, rustica, selvatica e sincera), con l’obiettivo di creare posti di lavoro per persone disoccupate e diversamente abili, riconvertendo porzioni di terreni agricoli sottoutilizzate o dismesse. Gli Streccapogn (www.streccapogn.org) lavorano in collaborazione con la cooperativa sociale Accaparlante di Bologna (www.accaparlante.it) e l’associazione “Monteveglio città in transizione” (montevegliotransizione.wordpress.com).
All’inizio, è stata la cooperativa Accaparlante a stipendiare due persone che si sono occupate di organizzare e far decollare il progetto: Luca Giommi e Paolo Degli Esposti, che è anche coordinatore degli Streccapogn, coadiuvati da altri soci volontari dell’associazione hanno contattato contadini e aziende agricole locali. Mediante contratti di affitto simbolici, stipulati con i proprietari, gli Streccapogn oggi gestiscono circa 9 ettari, suddivisi tra 5 diverse proprietà: quattro ettari nell’azienda agricola biologica La Faggiola, 2 orti nell’azienda agrituristica Corte d’Aibo, 2 ettari di proprietà della socia Nadia Lagazzi, e un altro in comodato d’uso da un amico dei ragazzi, Alberto.  
La terra si coltiva con il metodo biologico e biodinamico, e tutti i prodotti sono venduti e trasformati con il marchio Streccapogn. Claudio, proprietario della Faggiola, ha affidato all’associazione la zona più estesa: un ettaro di frutteto con ciliegi, i duroni tipici della zona, prugne e albicocchi; più di un ettaro di vigna con l’uva da Pignoletto, Trebbiano e Barbera; un ettaro di noccioli e noci; e poi orto, uva Saslà (antica varietà che si gusta accompagnata alla crescenta, una focaccia di farina, acqua e strutto) e frutti antichi. Nell’orto si sta sperimentando il metodo sinergico: le piantine a dimora vengono coperte da uno strato di cartone e paglia affinché il troppo caldo o il troppo freddo non la privi delle sostanze nutritive.
Nell’azienda agrituristica biologica Corte d’Aibo, all’interno del Parco regionale dell’Abbazia di Monteveglio, invece, gli Streccapogn con l’aiuto del proprietario Antonio Capelli coltivano due grandi orti di 1500 metri quadrati l’uno e alleveranno maiali e galline, conferendo i prodotti all’agriturismo. Nei terreni di Nadia Lagazzi, invece, da quest’anno saranno coltivate antiche varietà cerealicole, i grani Verna e Senatore Cappelli.
Nel 2011 sono stati raccolti 4 quintali di duroni (ma già nel 2012 se ne stimano almeno il doppio), 6 quintali di orticole, 4 quintali di frutti antichi. Grazie alle vendite, l’associazione ha incassato oltre 15mila euro, che per il 54% dipende dai trasformati (marmellate di frutti antichi come le more di rovo, mele e pere cotogne, le nespole, i pesti di basilico ma anche di streccapogni). L’ortofrutta, invece, è venduta nei mercatini locali e a 5 gruppi d’acquisto solidale. Gli Streccapogn rivendono anche prodotti di altri piccoli contadini, e servono imprese di ristorazione e catering. E nel 2012 stimano di arrivare a 40mila euro di fatturato. Anche se la vera “rivoluzione” è un’altra: aumentano i contatti con contadini e aziende agricole locali, che chiedono all’associazione di prendere in carico porzioni di propri terreni non utilizzati, mentre i paesi vicini a Monteveglio chiedono agli Streccapogn di organizzare dei training per riprodurre il loro lavoro sul territorio.
Nei primi mesi del 2012, intanto, l’associazione ha portato a termine il progetto “Braccia e menti ridate all’agricoltura” -in cui sono stati investiti i proventi della vendita dei prodotti-, dando un posto di lavoro a 5 persone: a Luca Giommi, con mansione di contadino, a Paola, che si occupa della trasformazione, e -a breve- a tre ragazzi tunisini rifugiati, che verranno assunti come avventizi agricoli. Grazie al progetto, l’associazione ha sostenuto 6 percorsi di inserimento lavorativo tra borse lavoro, stage e tirocini formativi per persone disabili, immigrate o in difficoltà occupazionale, autofinanziati o in convenzione con i servizi territoriali. Un passo ulteriore è stata la decisione, presa nei primi mesi del 2012, di fondare la società agricola Streccapogn, che affiancherà l’associazione culturale. “Intorno agli Streccapogn, abbiamo costruito un preziosissimo capitale umano e sociale, che ha compreso la priorità indiscussa: quella di dare un posto di lavoro a chi non ce l’ha -commenta Paolo Degli Esposti-. Vogliamo sviluppare il potenziale di integrazione lavorativa e sociale, riportare a galla antichi saperi, farli conoscere. E creare un’economia locale di nuove aziende agricole e di trasformazione, che operino in modo ecologico e sostenibile sotto il profilo energetico e sociale. Si tratta di fare rete con tutti gli attori locali: aziende, contadini e persone”. Fare rete significa promuovere altri stili di vita, anche mediante attività educative e di animazione territoriale che l’associazione conduce nelle scuole e nelle fattorie sociali e didattiche della zona insieme agli animatori del progetto Calamaio dell’Accaparlante e del Centro documentazione Handicap di Bologna: un gruppo integrato di operatori -disabili e non- che prendono spunto dall’ambiente naturale e rurale e conducono i partecipanti a scoprire i propri limiti. Per valorizzare la diversità. —

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