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Se la priorità della politica fiscale del Paese è il blocco dell’Iva abbiamo un problema

© Ryan Quintal - Unsplash

Come tutte le imposte indirette che gravano sui consumi, l’Iva colpisce nella stessa misura a prescindere dal reddito e, nel caso italiano, si articola, in maniera abbastanza confusa. I mancati versamenti ogni anno superano quota 10 miliardi di euro, a fronte di poco meno di 2 miliardi di mancati versamenti nel caso dell’Irpef, di 1,7 nel caso dell’Ires e di 1,2 in quello dell’Irap. Avviare una rimodulazione di tale imposta è necessario. L’analisi di Alessandro Volpi

Due numeri mettono in luce, con chiarezza, la necessità di porre mano ad una rapida riforma fiscale. Il primo ha a che fare con le ormai consuete clausole di salvaguardia; per rispettare gli impegni europei, che prevedono una riduzione del rapporto-deficit Pil di uno 0,4% annuo nel 2020 e nel 2021, servono oltre 47 miliardi di euro. Se una simile cifra monstre non venisse reperita in altro modo, scatterebbero appunto le salvaguardie costituite da un aumento dell’Iva per una tale somma. Dunque le prossime due leggi di bilancio dovranno essere quasi interamente destinate a scongiurare questo effetto, ripetendo del resto lo schema della manovra finanziaria del 2019 in cui su 32 miliardi di euro complessivi ben 23 sono stati indirizzati ad evitare l’impennata dell’Iva. In estrema sintesi, considerare il blocco dell’Iva la priorità della politica fiscale del Paese significa sacrificare ad esso grandissima parte delle risorse pubbliche disponibili; una scelta che però non ha prodotto finora un significativo aumento del Pil, inchiodato allo 0,3-0,5%, e che pone seri problemi in termini di giustizia e progressività fiscale.

Come tutte le imposte indirette che gravano sui consumi, l’Iva colpisce nella stessa misura a prescindere dal reddito e, nel caso italiano, si articola, in maniera abbastanza confusa, su quattro aliquote, con quella super ridotta al 4% e quella normale al 22%. Presenta poi la caratteristica di registrare mancati versamenti, ogni anno, per oltre 10 miliardi di euro, a fronte di poco meno di 2 miliardi di mancati versamenti nel caso dell’Irpef, di 1,7 nel caso dell’Ires e di 1,2 in quello dell’Irap. Avviare una rimodulazione di tale imposta, aumentando l’aliquota normale di un punto e quella ridotta, fissata al 10%, di un paio di punti, potrebbe garantire un maggior introito di 5-6 miliardi l’anno, riducendo l’impatto delle già ricordate clausole di salvaguardia. Tali risorse potrebbero aggiungersi alla già deliberata -per quanto non ancora interamente coperta- contrazione del cuneo fiscale, portando l’abbassamento della pressione sui lavoratori soggetti all’Irpef a una decina di miliardi, certamente più avvertibili, in termini di reddito e di consumi del solo congelamento dell’Iva. Si tratta peraltro di una soluzione quasi obbligata visto il secondo numero a cui si faceva riferimento in apertura e rappresentato dall’eccessivo prelievo esercitato dall’Irpef nei confronti di redditi medio bassi. Secondo stime recenti un contribuente, lavoratore dipendente, con un reddito lordo di 35mila euro, con coniuge e due figli paga in Italia 6.695 euro annui, in Spagna ne pagherebbe 5.402, in Germania 1.250 e in Francia solo 600 euro per effetto del quoziente familiare. Nel caso di un single con lo stesso reddito, le distanze sono inferiori ma comunque persistono: in Italia paga 8.863 euro, mentre in Francia ne pagherebbe 4.654 e in Germania 7.589. È evidente che, in una situazione come questa, non intervenire puntando praticamente tutto sul blocco dell’Iva appare sempre più insostenibile.

Sarebbe più opportuno allora, come accennato, aumentare alcune aliquote Iva, a cominciare dai beni di lusso e diminuire l’Irpef per le fasce medio basse generando un effetto in grado di incidere sui consumi in misura maggiore della stessa Iva. Servirebbe poi recuperare risorse intervenendo sull’imposta di successione rispetto alla quale l’Italia rappresenta un vero e proprio paradiso fiscale. Tale imposta è attualmente al quattro per cento, ben al di sotto della media Ocse, pari al 15 per cento, con la Germania al 30 per cento e la Francia al 45 per cento. Si potrebbero immaginare una soglia di esenzione fino a 500mila euro e poi una sequenza progressiva che dal 5 per cento fino ad un milione di euro raggiunga un’aliquota marginale del 50% per i patrimoni superiori ai 5 milioni di euro; una sequenza che andrebbe applicata nello stesso modo alle donazioni tra vivi. Per finanziare lo sforzo di abbattere il carico fiscale ai redditi medio bassi sarebbe percorribile anche la strada di portare l’aliquota massima dell’Irpef, oggi al 43%, al 45% seguendo, di nuovo, l’esempio di alcuni Paesi europei, a cominciare dalla Germania. Abbandonare il feticcio dell’intangibilità dell’Iva, eliminare una condizione troppo favorevole ai patrimoni più alti in materia di successioni e migliorare la progressività dell’Irpef possono essere le condizioni per provare a sbloccare, almeno in parte, il processo di redistribuzione del reddito e della ricchezza nel nostro Paese, a cui occorre parimenti una serie di misure per gli incapienti, non riducibili al troppo lacunoso reddito di cittadinanza. Infine, questa necessaria riforma fiscale dovrebbe disboscare la giungla delle oltre 700 detrazioni e deduzioni, mantenendo in vita solo quelle realmente in grado di produrre benefici effetti sociali e non limitate situazioni di privilegio. Le clausole di salvaguardia rischiano ormai di non tutelare più il nostro Paese.

Università di Pisa

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