Economia / Opinioni

Conti pubblici e cittadinanza. Occorre una nuova idea di Europa

La globalizzazione “centrifuga” ha sconvolto equilibri, tradizioni conflitti e visioni sedimentati nel tempo. “Forse potrebbe sentirsi più europeo un richiedente asilo che fugge le povertà rispetto a un bavarese convinto del primato tedesco”. L’analisi di Alessandro Volpi

© REUTERS/Bogdan Cristel
© REUTERS/Bogdan Cristel

Pensare di affrontare le tematiche europee avanzando rivendicazioni specifiche e assai particolari non può rappresentare il metodo più convincente per risolvere alcune delle questioni cruciali che interessano il nostro Paese. Questa considerazione può apparire scontata ma forse è meno banale di quello che si possa pensare. Nelle ultime settimane il dibattito pubblico italiano è stato contraddistinto da varie proposte che hanno toccato, appunto, aspetti molto definiti, dall’ipotesi di mantenere il rapporto tra deficit e Pil al 2,9% per cinque anni in maniera tale da liberare risorse per l’abbattimento del carico fiscale, alla richiesta, rivolta all’Europa e proveniente da più voci italiane, di procedere ad una più efficace redistribuzione su scala continentale dei richiedenti asilo, fino alla esplicitata volontà di avere norme meno rigide sui salvataggi bancari.

È evidente che se questi temi vengono affrontati sulla base di singoli e crudi numeri o riconducendoli ad ambiti circoscritti e declinati in mera chiave nazionale, risulta ben difficile che possano trovare accoglimento ad opera della Commissione europea. Come sarà possibile convincere i partner dell’Unione a digerire il fatto che nei prossimi 10 anni, qualora venisse accettata la “stabilizzazione” del rapporto fra deficit e Pil al 2,9%, abbandonando lo sforzo di avvicinamento al pareggio di bilancio, il colossale debito italiano non scenderà? Un disavanzo del 3% annuo può consentire infatti un abbattimento del debito soltanto se inflazione e tassi di interesse sono alti, due condizioni che oggi non esistono e per molti versi non sono neppure auspicabili.

Ma se il debito pubblico rimane fermo all’attuale dimensione del 132-133% del Prodotto interno lordo, permarrà una marcata vulnerabilità dell’economia italiana e, in primis, dei conti pubblici perché i titoli del nostro debito potrebbero incontrare difficoltà crescenti nel loro collocamento. In quest’ottica minacciare di non “versare” la quota di spettanza italiana del bilancio europeo si presenterebbe come un’arma decisamente spuntata se il conto degli interessi sul debito schizzasse in alto proprio per la perdita di credibilità del Paese; non versare 16-17 miliardi di euro e subire un’impennata della spesa per interessi a 80-90 miliardi come avvenne nel 2011 costituisce una prospettiva piuttosto cervellotica. Peraltro vale la pena solo di ricordare che in un regime di moneta comune la presenza di uno Stato, come nel caso dell’Italia, con un colossale debito pubblico denominato in euro rappresenta un elemento di instabilità anche per tutti gli altri Paesi che adottano quella moneta e che, di conseguenza, assai difficilmente potranno accettare richieste di attenuazione dei vincoli europei.

Dunque la questione delle regole di bilancio e della flessibilità nei conti pubblici non può essere ridotta ad una minacciosa recriminazione nazionale così come non possono essere presentate in questi termini le tematiche dello smaltimento dei 350 miliardi di euro di sofferenze delle banche italiane o la complessissima vicenda dei ricollocamenti dei richiedenti asilo. Non si possono aprire infiniti negoziati e una pletora di tavoli particolari se non si compie prima lo sforzo, ormai ineludibile, di ridefinire un’idea di Europa che motivi l’esistenza stessa di una cittadinanza condivisa. Sembra si sia dimenticato che avere una moneta e delle istituzioni comuni è sempre stato nel corso della storia il portato di un’appartenenza ad una comunità in grado di riconoscersi come tale e di attribuire a quella moneta e a quelle istituzioni un significato e una credibilità. Ciò significa, in altre parole, disporre di un’idea di Europa che non può più essere quella raccontata, e forse persino partorita, dalle grandi sintesi di Lucien Febvre, di Marc Bloch o di Federico Chabod; verrebbe da dire che non può essere più un’idea “storica” e storicistica di Europa, sintesi del superamento della romanità e del passaggio dal cristianesimo alle pluralità nazionali, così come non può essere neppure la rivisitazione delle letture ideologiche del Vecchio Continente fondate sulla guerra fredda.

Serve un’idea che si collochi nella fase successiva alla globalizzazione centrifuga che ha sconvolto equilibri, tradizioni conflitti e visioni sedimentati nel tempo; serve un’idea di Europa che faccia i conti con una dimensione individuale e atomizzata dell’esistenza tanto pronunciata da spingere i singoli a rinchiudersi nei propri recinti e a non avvertire più sentimenti di fratellanza e di condivisione fra i diversi “spiriti” nazionali. In tale prospettiva vanno ridefinite le geografie, ripensati i confini a Est e a Sud, riplasmate le logiche dello scambio e della circolazione e soprattutto devono essere ricostruite le gerarchie ideali rispetto alle quali al primo posto dovrebbe porsi la coscienza che non si possa più dare nulla per scontato. Forse si sente, o potrebbe sentirsi, più europeo un richiedente asilo che fugge la povertà e le tragedie di un bavarese convinto dell’assoluta insostituibilità del primato tedesco.

Università di Pisa

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