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L’eredità dei Bilanci di Giustizia: oltre vent’anni della scuola di cambiamento sociale

Assemblea dei Bilanci di Giustizia del 9 febbraio 2019 Verona © Bilanci di giustizia - Fb

Partita a Verona nel 1993, la campagna dei “bilancisti” ha ideato strumenti e modificato abitudini nel senso della giustizia sociale. Ha plasmato pratiche di consumo critico, autoproduzione, cura dell’ambiente. Una ricerca partecipata del laboratorio Tilt fa il punto sull’esperienza e sulle trasformazioni attivate

“I Bilanci di Giustizia sono stati una scuola di cambiamento sociale per la giustizia. Le loro istanze hanno contribuito a diffondere la sensibilità ecologica, l’attenzione per l’ambiente e per il consumo critico che oggi fanno parte del sentire comune. Tutto nell’idea che si deve partire dal proprio quotidiano per ottenere una realizzazione concreta della giustizia sociale”. Così Antonia De Vita, docente di pedagogia presso l’Università degli Studi di Verona, spiega il tratto distintivo dei Bilanci di Giustizia, un’esperienza collettiva che nell’arco di oltre vent’anni ha coinvolto centinaia di famiglie in tutta Italia. Un movimento dal basso in cui uomini e donne hanno cercato di modificare la struttura dei propri consumi, e l’utilizzo dei propri risparmi, a partire dalle scelte di ogni giorno. Il gruppo di ricerca Territori in libera transizione (Tilt) –gruppo interdisciplinare e interuniversitario sulle nuove pratiche di cittadinanza di cui fanno parte Lucia Bertell (Università di Verona), Francesca Forno (Università di Trento), Fulvio Manara e Cristina Rossi (Università di Bergamo) e Francesco Vittori (Università di Verona)- con la direzione di De Vita ha lavorato all’indagine “Pratiche e visioni del cambiamento e dell’apprendimento” in cui è stata studiata l’esperienza dei Bilanci, le loro pratiche e le istanze ideologiche. L’indagine è stata commissionata dagli stessi bilancisti che, dopo vent’anni dalla nascita della campagna nazionale partita nel 1993, hanno sentito l’esigenza di una ricerca partecipata che non fosse fatta “su” di loro ma “insieme” a loro.

Professoressa De Vita, come nasce la campagna Bilanci di Giustizia?
ADV C’è un punto di partenza: l’assemblea nazionale convocata nel 1993 all’arena di Verona da “Beati i costruttori di pace” (un’associazione nazionale di volontariato fondata nel 1985 a Padova da Albino Bizzotto, ndr). È un appuntamento imponente e significativo che richiama centinaia di persone -dai cattolici progressisiti, ai mondialisti ai pacifisti agli attivisti di sinistra- dietro uno slogan efficace: “Quando l’economia uccide, bisogna cambiare”. L’evento, unendo forze anche diverse tra loro, partiva dalla denuncia di un sistema capitalista che ha creato squilibri e ingiustizia sociale e che, in quanto tale, andava interrogato e modificato a partire dal modello economico.

Verona ha dato forma a una presa di coscienza collettiva. Di fronte alla domanda su come pensare il cambiamento e verso che direzione indirizzarlo, sono nati i Bilanci di Giustizia. In quel momento i “bilancisti” hanno proposto di cambiare a partire dal proprio stile di vita e dalle abitudini. Nella loro esperienza più che ventennale hanno sempre sottolineato la centralità del quotidiano e del cambiamento personale che può diventare collettivo. Da qui l’invenzione di pratiche che avessero a che fare con i consumi giornalieri. Attraverso lo strumento del bilancio, ogni mese i bilancisti contabilizzavano le spese effettuate e la possibilità di spostarne alcune -o anche ridurle e cambiarle- verso alcuni utilizzi “spostati” nel senso della giustizia, come la riduzione degli sprechi e dell’uso dell’automobile. Al contempo questo strumento permetteva di misurare quanto le azioni concrete incidessero sul cambiamento dello stile di vita sul medio e lungo periodo. I bilanci individuali erano poi inviati alla segreteria nazionale della Campagna, che aveva funzioni di coordinamento generale e ogni anno pubblicava un bilancio annuale. Dopo 20 anni i bilancisti hanno sentito il bisogno di ripensare a loro stessi, a quanto fatto e hanno chiesto al gruppo Tilt di aiutarli a riguardare alla propria storia. 

Accanto alla centralità delle pratiche quotidiane, il vostro studio sottolinea l’importanza che le famiglie hanno avuto nei Bilanci di Giustizia. Quale ruolo hanno ricoperto?
ADV Un ruolo educativo e di trasmissione di pratiche. La loro funzione, anche rafforzata dalla presenza nel movimento di gruppi cattolici, si può spiegare a partire dall’idea di cambiamento inteso come un’azione personale che inizia dentro casa. Non a caso molti dei bilancisti che abbiamo ascoltato hanno sottolineato di avere adottato pratiche di consumo critico in modo più rigoroso quando hanno iniziato ad avere figli. Nel saggio “Prove di felicità quotidiana” Valer e Gaggioli avevano sottolineato come per i bilancisti la trasformazione del proprio stile di vita nasce dal desiderio di proporre al proprio nucleo familiare forme di vita in grado di trasmettere valori di giustizia, rispetto dell’ambiente, solidarietà. Per farlo si parte da un quotidiano, per esempio con l’autoproduzione del cibo.

Dall’esperienza dei bilancisti viene fuori un’idea di felicità come sobrietà. È intesa in senso positivo e non come privazione o triste austerità: è un’attitudine per l’autenticità e una riappropriazione delle relazioni sociali rompendo il patto di dipendenza con il consumo, oltre che una riscoperta della spiritualità che il modello capitalistico schiaccia su un materialismo senza trascendenza.

Nei Bilanci di Giustizia lautoformazione era uno degli strumenti per il cambiamento. In che modo?
ADV I bilancisti sono stati estremante creativi dal punto di vista delle pratiche e delle metodologie partecipative: hanno inventato e condiviso pratiche, organizzato laboratori, studiato e interpellato esperti su temi relativi alla questione energetica, l’alimentazione, la riduzione degli sprechi. Sono riusciti a mettere insieme teoria e prassi, dimensione utopica e concretezza. I gruppi di adulti, per esempio, hanno posto al centro l’educazione informale, la crescita collettiva e l’apprendimento sempre nell’idea che il cambiamento passa dalle scelte individuali in circolarità con la dimensione collettiva. E questo credo sia un aspetto ancora presente in tutti i movimenti dal basso che cercano di riappropriarsi di pratiche attive di cittadinanza.

Il rapporto sottolinea che l’esperienza dei Bilanci di Giustizia nasce in un preciso momento storico da cui è condizionata. Oggi che cosa rimane di questa esperienza?
ADV Potremmo dire che le istanze espresse dai bilancisti hanno assunto forme nuove. I Gruppi di acquisto solidale e i Distretti di economia solidale sono pratiche che stanno in una continuazione ideale con le pratiche bilanciste. In generale coloro che hanno preso parte alla campagna continuano a essere molto impegnati nei propri territori e nelle comunità. Inoltre molti dei figli dei bilancisti sono coinvolti in quello che possiamo chiamare “il presente della giustizia”. 

L’eredità più preziosa dei Bilanci penso consista nell’aver contribuito a far circolare la consapevolezza che modificare i nostri stili di vita e il nostro rapporto con il consumo può essere una pratica di giustizia sociale. Recentemente sono le nuove generazioni -i movimenti delle ragazze e dei ragazzi di Friday for Future o di Extinction Rebellion, che stanno portando avanti  istanze simili, di responsabilità verso il futuro e di consapevolezza delle condizioni della nostra condizione terrestre- a incarnare il presente e il futuro della giustizia. I semi di giustizia continuano a crescere in un passaggio tra generazioni che è il segno di una responsabilità condivisa.

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