Economia / Opinioni

Benefici e delusioni dell’accordo sul Recovery Fund

Dall’intesa raggiunta a Bruxelles possono scaturire tre benefici e un’opportunità. Ma anche incognite su quale progettualità l’Italia abbia in mente per spendere al meglio 209 miliardi di euro. L’analisi di Alessandro Volpi

Il dato certamente più rilevante dell’intesa raggiunta a Bruxelles è stato costituito dall’approvazione all’unanimità della bozza dell’accordo sul Recovery Fund con un lungo applauso collettivo esploso alla fine di un tour de force durissimo. Quell’applauso ha significato una conclusione ben diversa da quella delle trattative per arginare la crisi del 2010-11 e persino da quelle, molto ambigue, che produssero il caotico trattato di Nizza. Quell’applauso ha sancito che, nel momento più difficile dal secondo conflitto mondiale, l’Europa esiste ed è riuscita, sia pur con estrema fatica, a frenare le proprie divisioni. Da ciò possono scaturire tre benefici e un’opportunità.

Il primo beneficio ha a che fare con il raffreddamento dei tassi di interesse sui debiti nazionali, anche su quelli più grandi come il nostro. Se l’Europa si fosse divisa, per i Paesi indebitati sarebbe stato duro non dover pagare un conto interessi più salato degli altri e persino la mutualizzazione del debito avrebbe potuto costituire un problema per la concorrenza ai titoli dei singoli Paesi. Con l’accordo raggiunto, invece, l’idea di un’unica Europa consentirà di collocare i bond europei a tassi negativi e persino quelli italiani a interessi bassissimi.

Il secondo beneficio è riconducibile alla “politica estera”. Di fronte a un’Europa che, pur con molte distanze, si mostra in grado di trovare un accordo sulla propria ripresa, saranno certamente meno efficaci le pressioni cinesi e statunitensi in termini di tariffe doganali, di dazi e di condizionalità. In altre parole l’accordo europeo segna una prima rilevante inversione di marcia rispetto allo smantellamento di ogni forma di multilalteralismo, in nome degli accordi bilaterali tanto cari al presidente degli Stati Uniti Donald Trump e al presidente cinese Xi Jinping.

Il terzo beneficio riguarda l’euro che sta rafforzando il proprio ruolo di pivot monetario internazionale, in grado ormai di mettere definitivamente in discussione il “signoraggio” del dollaro. Una moneta così credibile può dotare l’economia europea di uno strumento utilissimo e, al contempo, può legare, in termini politici, moneta e democrazia.

L’opportunità a cui si faceva riferimento, invece, coinvolge i modi per ripagare i bond europei emessi che dovrebbero spingere l’Europa verso un ripensamento del bilancio comune e soprattutto verso una politica fiscale comune, a cominciare dalla web tax e dalle battaglie contro i meccanismi di evasione ed elusione ancora troppo presenti nel Vecchio continente.

Ci sono poi, naturalmente, le incognite e qualche delusione. Le incognite riguardano l’Italia, in particolare in relazione alla progettualità e alla capacità di spesa dei fondi ricevuti: 209 miliardi di euro corrispondono al 12% del Pil italiano, dunque a una cifra pari a quanto perso dall’economia del nostro Paese per effetto della crisi. Se tali risorse verranno spese solo per ripristinare lo status quo ante, senza un cambiamento profondo della struttura dell’economia italiana, le loro ricadute saranno quelle di un mero lenitivo, destinato ad esaurirsi rapidamente. Occorre, quindi, una progettualità forte che non può essere però soltanto il portato di un’elaborazione tecnica redatta da qualche task force, ma che deve avere alle spalle una coesa e omogenea maggioranza politica capace di qualificare il Paese.

Infine le delusioni. La prima è l’aumento dei cosiddetti rebates ai Paesi frugali che verseranno ancora meno, continuando ad usufruire di regole scritte al tempo del primo ministro britannico Margaret Thatcher per blandire un’Inghilterra finita poi nella Brexit. E ancora, il mantenimento in vita degli equivoci sul legame tra appartenenza europea e pieno riconoscimento dello Stato di diritto; un tema su cui, di nuovo, si è preferito glissare. Al di là di questo, e di qualche dubbio sul meccanismo dei controlli intergovernativi, tuttavia, l’accordo raggiunto all’alba consente di dire che, almeno formalmente, l’Europa ha una sola voce. E non è poco.

Università di Pisa

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