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Dal sapone al miele, fioriscono reti solidali tra i campi della Palestina

Montaha e Hana, socie di AOWA, impegnate ad Arrabah, dove è coltivata la menta. Con il primo raccolto (circa 700 chilogrammi) sono stati prodotti tre chilogrammi di olio essenziale - © Bee the change

Il progetto di cooperazione “Bee the change” ha promosso lo sviluppo di una filiera agricola tra Jenin e Ramallah, autogestita dalle donne dell’associazione AOWA. Accanto alle erbe aromatiche, il rilancio del settore apistico

Tratto da Altreconomia 222 — Gennaio 2020

“Le donne di AOWA hanno imparato a distillare le erbe aromatiche e a produrre gli olii essenziali. E oggi la loro realtà è la prima in Palestina a distillare olii puri al cento per cento, riuscendo a coinvolgere nell’attività molte più donne rispetto al nucleo originario”. Quando Stefania Guerrucci, socia della cooperativa Ponte Solidale di Perugia, racconta i risultati del progetto “Bee the Change”, parla di “qualcosa di straordinario”. Com’è la storia di cooperazione internazionale che vede come protagoniste 40 donne dell’Association of women’s action for training and rehabilitation (AOWA, aowa.ps) e la loro filiera agricola interamente autogestita nelle campagne di Jenin e Ramallah, in Palestina.

Partito nell’aprile 2018, “Bee the change” è sostenuto dall’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo, tramite il primo bando rivolto agli enti locali. A promuoverlo è stata la Regione Umbria insieme a una rete di realtà attive da tempo nella cooperazione internazionale in Medio Oriente: da FELCOS Umbria (felcos.it), associazione di Comuni impegnata nello sviluppo sostenibile dei territori, motore del progetto, ad Anci Umbria e Altromercato (altromercato.it), dal Comune di Foligno (PG) a Ponte Solidale, storica realtà del commercio equo. L’obiettivo è stato quello di supportare lo sviluppo socio-economico della Palestina attraverso la creazione di opportunità di lavoro, in particolare per persone vulnerabili: i giovani e le donne. Se il tasso di disoccupazione medio nell’area è del 30%, quella giovanile femminile è il doppio rispetto alla maschile (62%).

A Jenin l’impegno di “Bee the change” è decisivo. La coltivazione del tabacco aveva impoverito i terreni; con la riconversione si è recuperata la biodiversità

Non si partiva da zero: già nel 2004, infatti, grazie all’incontro con Stefania, le donne di AOWA avevano conosciuto il mondo del commercio equo e il suo respiro internazionale, iniziando a vendere il loro sapone in Italia -importato da Altromercato-, dapprima in scaglie come materia prima e poi sotto forma di saponette confezionate. “La produzione del sapone è un’attività tradizionale in Palestina, che si pratica in moltissime città”, racconta Alessandro Mancini di FELCOS. All’inizio questo “scambio” ha funzionato sia dal punto di vista commerciale sia come chiave per l’emancipazione femminile. “Complici le condizioni economiche, da quelle parti è ancora molto radicata la mentalità per cui l’uomo lavora e la donna si occupa della casa e della famiglia” continua il responsabile del progetto. Poi però l’attività ha rallentato. A causa della crisi siriana, infatti, l’importazione in Palestina di alcune materie prime con le quali AOWA produceva i saponi si è interrotta, costringendo l’associazione a rivolgersi ad altri mercati esteri, fonte di materiale di scarsissima qualità che ha inciso sul valore dei prodotti e determinato un calo degli ordini. “Con ‘Bee the change’ abbiamo deciso di restituire slancio a questa attività, dando vita a una filiera che fosse completamente sotto il controllo di AOWA, dal seme fino al taglio di erbe aromatiche, da distillare per la produzione di olii essenziali con cui realizzare il sapone o da mettere in commercio in purezza -continua Mancini-. Questo è stato un passo importante: Jenin è una zona rurale e molte delle donne coinvolte nel progetto avevano già un’esperienza agricola, ma in genere erano impiegate come braccianti”. Attualmente i terreni coltivati sono due, nell’area di Jenin ad Arrabah e Ya’bad, e un terzo è in fase di avvio a Ras Karkar, nella zona di Ramallah. Tutti e tre sono stati concessi gratuitamente ad AOWA dalla municipalità dopo un intenso lavoro preliminare con i sindaci e il ministro dell’Agricoltura. “Costruire una relazione con le istituzioni è stato molto importante -precisa il responsabile del progetto-, perché ha facilitato la gestione delle problematiche quotidiane, come quella dell’acqua”. Dall’inizio dell’occupazione infatti Israele ne controlla militarmente l’utilizzo, ostacolandone l’accesso: il consumo idrico procapite dei residenti di Israele e dei coloni israeliani è il triplo rispetto a quello dei palestinesi della Cisgiordania. Le donne di AOWA hanno invece ottenuto dalla municipalità l’allaccio gratuito al sistema idrico dei cinque tank installati nel campo di menta e pagano una bolletta agevolata. Anche per il campo di lavanda ha giocato un ruolo fondamentale l’intervento delle istituzioni. È stato individuato un terreno di un cittadino palestinese nel Comune di Ya’bad in area C – la zona sotto occupazione militare e amministrativa israeliana-, dove per i palestinesi è difficile accedere. “Avere un progetto internazionale in quel terreno è un modo per tutelarlo e proteggerlo dall’occupazione – continua Mancini-. Finora non ci sono stati problemi, grazie anche al fatto che la lavanda non ha bisogno di sistemi di irrigazione, ma non si può mai stare tranquilli”. A Jenin l’impegno di “Bee the change” vale ancora di più. Negli anni la tradizionale coltivazione del tabacco ha impoverito i terreni e la loro riconversione ha permesso di ricostituirne la biodiversità. Il risultato è che nella prossima primavera i due campi ospiteranno alcuni alveari per alimentare l’impollinazione delle api.

Tahani, la responsabile del laboratorio di produzione dei saponi a Jenin, realizza un test sulla base delle nuove ricette (menta, salvia e lavanda) sviluppate insieme ad Altromercato durante la missione del marzo 2019 – © Bee the change

Sono proprio le api l’altra grande sfida del progetto, portata avanti con due cooperative di Jenin e Ramallah che coinvolgono ognuna 35 apicoltori. “Abbiamo lavorato insieme per migliorare la qualità del prodotto e per realizzare un ‘miele pulito’ -spiega Mancini-. Il loro aveva infatti un grosso problema relativo all’utilizzo di antibiotici per il trattamento delle api”. Dalle analisi era emerso infatti che il prodotto conteneva quantità rilevanti di Oxytetracycline, sostanza vietata in Europa. “Nei Territori non esiste una legge che regoli l’utilizzo degli antibiotici -precisa l’operatore di FELCOS- e quindi abbiamo portato avanti un’azione di sensibilizzazione attraverso una formazione con un team di esperti. “Le cooperative di apicoltori -riflette Mancini- sono realtà complesse: gli uomini che fanno questo lavoro da tanti anni hanno una loro visione e dunque andare a parlare di cooperativismo o di equità sociale è una vera sfida, in particolare in aree dove pensare al futuro è difficile”. A quasi due anni dall’avvio del progetto, le nuove analisi hanno mostrato una riduzione notevole della percentuale di antibiotici presente nel miele, ottenuta grazie anche al dialogo con il ministero dell’Agricoltura. Questo filo diretto si è concretizzato nel Forum dell’apicoltura del Mediterraneo, la cui decima edizione si è tenuta a Ramallah tra fine novembre e inizio dicembre 2019: hanno partecipato istituzioni, cooperative, la Fao, l’Aics e tutti i principali attori del settore, concentrati sul problema della mancanza di una legge.

Oltre alla partnership con il commercio equo, “Bee the change” punta anche sulla collaborazione con gli enti locali, fondamentale perché questi possano continuare a supportare il progetto anche dopo la conclusione formale. L’ultima azione in calendario sarà per questo una formazione promossa da Regione Umbria e Anci Umbria sul tema dello sviluppo economico locale e di come i Comuni possano sostenerlo

“Ad oggi sarebbe impensabile esportare -spiega ancora Mancini-, ma al momento il problema principale è quello della salute e di non rimanere indietro nella qualità rispetto all’area del Mediterraneo”. Il tema è sentito dalla comunità degli apicoltori: al forum infatti hanno preso parte oltre 400 persone (nonostante Israele non avesse rilasciato visti di ingresso ai rappresentanti di Marocco, Tunisia, Giordania, Iraq, Albania e Cipro Nord, che fanno parte della rete regionale di Fed Apimed). Tra i partecipanti c’erano 150 donne. Anche “Bee the change” ha inciso: “Abbiamo proposto due edizioni di un corso di avviamento all’apicoltura al quale hanno partecipato 80 persone, tra cui 55 donne e diversi giovani sotto i trent’anni. Due di loro, socie di AOWA, sono state inserite dalle cooperative per supportare la segreteria e la produzione, ma siamo in attesa del via libera del ministero dell’Agricoltura palestinese per poter concedere contribuiti a chi volesse avviare una piccola attività come apicoltore”.

Adesso l’idea dei promotori è quella di chiedere una proroga di qualche mese e arrivare all’estate 2020, chiudendo così il cerchio delle attività rispetto alla produzione del miele e alle fioriture delle erbe aromatiche. FELCOS sogna già un “Bee the change 2”. Le donne di AOWA hanno fatto un grande lavoro, riconosciuto e apprezzato anche dalla rete del commercio equo francese, con Solidaire Monde che ha iniziato a distribuire i loro saponi. In termini di fornitura di erbe aromatiche per la distillazione si parla però ancora di piccole quantità: con le erbe coltivate si riesce a lavorare in laboratorio solo per tre mesi all’anno. “Per rafforzare questa attività bisognerebbe continuare con il progetto per almeno altri due anni -spiega Mancini-, perché AOWA attualmente non ha la forza economica di avviare altre coltivazioni e prima che la produzione entri a regime occorre tempo. In due anni abbiamo fatto passi importanti e siamo riusciti a creare terreno fertile per lavorare bene con i partner locali e le istituzioni. L’ideale sarebbe avere del tempo per completare il percorso. Aspettiamo il nuovo bando dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo”.

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