Cultura e scienza / Opinioni

Il Barocco e la bellezza dei corpi vivi degli ultimi

La cultura del Seicento ci parla della condizione del corpo moderno. Ci fa dono della “sensualità delle vite disperate”. L’unica santità da venerare

Tratto da Altreconomia 199 — Dicembre 2017

La sensualità delle vite disperate / ecco il dono che io ti farò”. È questa la promessa del Barocco. Ho sempre pensato che, dovendo dire in dieci parole che cos’è il Barocco, non avrei potuto trovarne di migliori. Lo avrete riconosciuto, è il verso di una magnifica canzone di Paolo Conte: Un gelato al limon, del 1979. Forse è strano che uno storico dell’arte che da più di vent’anni studia la cultura del Seicento usi le parole di una canzone. Ma il fatto è che lo storico non può che guardare il passato attraverso il suo amore per il presente.

“La sensualità delle vite disperate”. Non saprei trovare un modo più aderente e più alto per leggere, ad esempio, l’Apollo e Dafne di Bernini: una danza bloccata nel marmo, un fatale intreccio di corpi e anime che cambiano. Il massimo scultore del Barocco sceglie di rappresentare l’apice del mito: il dio riesce a raggiungere Dafne, a cingerne il fianco, ma proprio a causa di quel contatto il voto di verginità della ninfa viene tutelato nel modo più crudele, e cioè tramite la sua istantanea trasformazione in un albero d’alloro. Dafne non è più donna, e non è ancora albero. È così che Bernini la ferma nel marmo: eternamente ambigua, per sempre in trasformazione. Il suo corpo bellissimo è l’oggetto di un desiderio cieco, e insieme divino: quello di Apollo.

Dafne è disperata, letteralmente senza speranza: ma è sensualissima. “La sensualità delle vite disperate / ecco il dono che io ti farò”. Qui il coinvolgimento dello spettatore è tutto giocato sull’empatia che è portato, e quasi costretto, a provare per i due protagonisti del dramma: un’empatia che è resa possibile da una capacità sovrumana di intagliare la pietra, grazie alla quale i due personaggi sembrano davvero di carne. Con la magia che era stata di Caravaggio, Bernini blocca per sempre nel marmo un singolo fotogramma di una pellicola frenetica, una scena concitata che appare come gelata da un’improvvisa glaciazione. Il modello classico dell’Apollo del Belvedere è lanciato in una corsa frenetica che non è ancora conclusa, ed appare tutto proteso verso il corpo di Dafne, ma la sua mano destra già inizia a sollevarsi nella sorpresa e nella ripulsa per ciò che sta accadendo di fronte ai suoi occhi: Dafne, a sua volta, urla sconvolta, per quella presa che mette fine alla fuga, e perché già si accorge dei rami che le spuntano dalle dita, in un beffardo, atroce esaudimento del suo desiderio di castità. Il corpo, il corpo in movimento, è il fulcro del Barocco. Rovesciando un motto greco che sta alla base del Rinascimento, si può dire che nel Barocco un corpo umano insieme titanico e imperfetto, fragile e dinamico diventa la dismisura narcisistica di tutte le cose, il parametro di una bellezza metamorfica e sfuggente.

E fu un dono, un grande dono. Mostrandocene insieme bellezza e sofferenza, il Barocco ci parla della condizione del corpo moderno: ci dona la sensualità delle vite disperate. Ci insegna a riconoscere non solo la dignità, ma la bellezza -più che divina: umana- dei nostri corpi. Dei corpi dei carcerati, dei corpi dei torturati, dei corpi dei rifugiati, dei corpi dei migranti, dei corpi abbandonati nel Mediterraneo. Non sembri un pensiero remoto dallo splendore dei corpi barocchi: non rispetteremo i corpi vivi degli ultimi finché non saremo capaci di vederne la bellezza. Dolcezza e pena, piacere e dolore, vita e morte: è questo intreccio inestricabile che costruisce la santità, fieramente umana, dei corpi vivi. È questa l’unica santità che il Barocco ci insegna a venerare.

 

Tomaso Montanari è professore ordinario di Storia dell’arte moderna all’Università di Napoli. Da marzo 2017 è presidente di Libertà e Giustizia. 

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