Ambiente / Opinioni

La fragile salute dell’Antartide

Il continente, dotato di una quantità enorme di ghiaccio, risente pesantemente degli effetti dei cambiamenti climatici. È urgente invertire la rotta

Tratto da Altreconomia 204 — Maggio 2018

Uno dei luoghi decisivi per il problema del riscaldamento globale è l’Antartide. Una zona che non siamo abituati a considerare quando guardiamo il nostro Pianeta: non a caso i mappamondi di solito si appoggiano sull’Antartide (mentre l’altro sostegno è al Polo Nord, un’altra zona delicata).

L’Antartide è un continente con una quantità enorme di ghiaccio. Nella parte orientale i ghiacci sono alti 4 chilometri: se si sciogliessero, il livello del mare si alzerebbe di 70 metri. Le temperature medie d’estate sono di -30°C, qui il riscaldamento globale non si farà sentire presto. Gli scienziati da decenni studiano in particolare un’altra parte dell’Antartide, quella occidentale, la lingua che guarda verso il Sud America. Qui i ghiacci hanno altezze minori, ma se fondessero potrebbero far aumentare di 6 metri il livello medio del mare. Questa parte è più sensibile al riscaldamento dell’atmosfera e dell’oceano, ed è uno dei punti caldi della scienza del clima.

4 chilometri, l’altezza dei ghiacci dell’Antartide nella sua parte orientale. Se si sciogliessero, il livello del mare si alzerebbe di 70 metri

I dati dei satelliti, che misurano l’attrazione gravitazione esercitata dalla massa del ghiaccio, ci dicono che in Antartide si stanno perdendo centinaia di miliardi di tonnellate di ghiaccio l’anno. Gli scienziati studiano le dinamiche del ghiaccio, che non si fonde solo gradualmente, anno dopo anno. Le temperature elevate portano alla formazione di crepacci in cui l’acqua di fusione può penetrare e favorire l’allargamento del crepaccio stesso provocando il distacco di iceberg giganteschi. Nel luglio scorso dalla piattaforma “Larsen C” si è distaccato un iceberg grande come la Liguria. E non sarà l’ultimo.

Da una decina di anni a questa parte abbiamo modelli matematici in grado di ricostruire il passato dei ghiacci dell’Antartide, e quindi di darci un’idea di quanto ghiaccio perderà per effetto del riscaldamento globale. Solo se lo conterremo ben al di sotto dei 2°C possiamo evitare il crollo di grandi parti della calotta antartica. Se non lo faremo, nei prossimi secoli si andrà incontro alla destabilizzazione dei ghiacci della penisola Ovest antartica e di molte parti marginali della parte orientale, in tutto molti metri di aumento del livello dei mari. Più di 10 metri, se si continuasse a bruciare i combustibili fossili in modo incontrollato. Circa 4-5 metri in uno scenario a medie e emissioni, in cui non ci sono azioni abbastanza rapide (più o meno il percorso attuale). Solo se si riducono drasticamente le emissioni si limiteranno i danni. Il problema è che la riduzione delle emissioni riguarda noi, nei prossimi anni, mentre l’aumento del livello del mare riguarda decine di generazioni dopo di noi.

Un articolo pubblicato recentemente sulla rivista “Nature”, che ha considerato anche le altre cause dell’aumento del livello dei mari (la fusione dei ghiacci montani e di quelli della Groenlandia, l’aumento di volume del mare più caldo), è stato ancora più brutale nel far capire perché il tempo stringe e dobbiamo sbrigarci.

Secondo questo studio, solo nello scenario ideale, in cui si riescono a rispettare completamente gli impegni dell’Accordo di Parigi, il livello del mare aumenterà di circa 1 metro. Questo prevede di ridurre le emissioni a zero nel giro di tre decenni, a partire dal 2020, e mantenerle a zero fino al 2300. Per ogni cinque anni di ritardo, il livello del mare nel 2300 sarà di 20 centimetri più alto. E se si considera l’incertezza dei modelli, e quindi si tiene conto della proiezione più pessimista, i 20 centimetri diventano 1 metro. Una buona notizia, comunque, noi la possiamo trovare: nel 2300 è sicuro che non ci saremo.

Stefano Caserini è docente di Mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “Il clima è (già) cambiato” (Edizioni Ambiente, 2016)

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