Cultura e scienza / Intervista

Anna Chiara Cimoli. Il museo è di tutti

Gli spazi espositivi non sono soltanto contenitori di oggetti ma luoghi di storie che devono prendere una posizione netta rispetto all’attualità. Intervista alla storica dell’arte

Tratto da Altreconomia 208 — Ottobre 2018
Anna Chiara Cimoli cura anche il blog museumsandmigration.wordpress.com - © Elisabetta Brian

“Un museo è un discorso, non solo il racconto di una storia. Un museo è tenuto a prendere parte al dibattito, la neutralità non esiste”. Anna Chiara Cimoli è storica dell’arte con un dottorato in Storia dell’architettura. Si è specializzata in Museologia all’École du Louvre di Parigi e nel 2018 ha dato alle stampe “Approdi. Musei delle migrazioni in Europa”.

Nel 2018 abbiamo ancora bisogno di musei?
ACC Sì, e adesso più che in passato. A patto di elaborare un pensiero profondo sul loro senso, sulla loro missione. Di cercare maggiore chiarezza di idee sull’impatto sociale che essi possono generare. È un percorso che molti musei hanno fatto nel corso dell’ultimo decennio, e continuano a fare attraverso un lavoro interessante e innovativo. Questi ultimi non sono però “meno musei” degli altri. Il museo è un luogo dove si va a conoscere storie e a osservare oggetti, un luogo di apprendimento informale, un ineguagliabile spazio educativo e culturale. Il vero discrimine tuttavia sta nella chiarezza con la quale un museo dichiara la propria “identità”, riconosce il pubblico cui si rivolge e si impegna ad ascoltarlo. Un esempio: il Tropenmuseum di Amsterdam, un museo etnografico in cui si racconta la tradizione coloniale olandese, riaperto di recente, ha lavorato in chiave autocritica sull’uso della terminologia e su come rinegoziarla in un orizzonte culturale molto diverso da quello in cui il museo è nato. Un istituto storico, che poteva vivere di rendita data la sua autorevolezza, che invece si è messo in discussione.

Perché nascono i musei delle migrazioni?
ACC Si sviluppano prima in ambito statunitense, e poco dopo in Argentina e Brasile. Nascono soprattutto dalla retorica dell’“e pluribus uno”: l’identità di una nazione che si forma dall’insieme dei suoi abitanti. Una retorica costruita a tavolino, che evoca i padri fondatori: forse andava bene negli anni 80, oggi molto meno. Nel mondo ci sono molti musei delle migrazioni, e per la maggior parte si tratta di musei “a tesi”, che evidenziano la positività del fenomeno migratorio. In Europa la situazione è più frastagliata, ma grosso modo ci sono due famiglie: i musei dell’emigrazione, che di solito si trovano nei porti e sono piuttosto teatralizzati, e quelli -minoritari- dell’immigrazione. In Italia si contano una trentina di casi. Si tratta perlopiù di racconti “lineari”, dalla partenza all’arrivo. Oggi non credo che sia la scelta più sensata: è difficile cogliere e far cogliere la complessità del fenomeno. Non a caso alcuni musei -non necessariamente dedicati al tema- hanno riletto la loro collezione in chiave di “migrazione”, selezionando nei depositi ciò che si riferisce alla mobilità (è il caso dello Stedelijk di Amsterdam). Leggono la loro collezione con uno sguardo trasversale, diverso da alcuni musei delle migrazioni dove, tra l’altro, il migrante è spesso solo quello “di successo”, che ha trovato il suo spazio nella società.

Nel libro si raccontano sette musei europei, da Anversa a Genova. Come dovrebbe dunque essere un museo delle migrazioni?
ACC Credo che abbiano senso soprattutto quelli che mantengono una forte relazione con il territorio, come avviene per esempio a Sant Adrià, vicino a Barcellona, dove il museo è una sorta di grande piazza. Al loro interno ci sono certamente oggetti, ma lo “scatto” curatoriale sta nel tentativo di leggere il presente, ad esempio attraverso la lente dello sviluppo delle tecnologie. Alcuni hanno pochi oggetti: un vagone ferroviario all’interno del quale si racconta una storia. Altri hanno scelto la chiave dell’arte contemporanea, come quello di Parigi. In Polonia il Muzeum Emigracji di Gdynia ha invece moltissimi oggetti, ma i curatori sono stati in grado di renderlo molto contemporaneo suggerendo affondi nel presente contraddittorio del Paese. Quel che è certo è che un museo delle migrazioni è tenuto a prendere una posizione rispetto all’attualità, assumendosi la responsabilità di chi si è e del pubblico cui ci si rivolge. Non a caso dal libro è nata una campagna, che abbiamo chiamato “Il museo è di tutti” (ospitata nel blog “Museums and Migration”): una chiamata all’azione rivolta a musei e operatori culturali per proporre azioni a contrasto della xenofobia.

Non si rischia oggi un’estetica del dramma?
ACC Ci sono mode espositive, è vero, come il racconto del viaggio in mare nel museo di Bremerhaven, in Germania. A Lampedusa gli attivisti del collettivo Askavusa sono stati coraggiosi nell’aprire, in maniera del tutto indipendente e senza il supporto delle istituzioni, un piccolo museo (nel 2015, ndr). Hanno anticipato i tempi, lontani dai riflettori, spinti dall’urgenza di raccontare. Lì c’è una dignità che altrove manca. L’iconografia della coperta termica e del salvagente è ormai talmente ridondante da aver perso efficacia. Manca semmai il racconto di chi magari è arrivato 30 anni fa, la complessità dell’integrazione, la storia delle seconde e terze generazioni. Come rappresentiamo la badante che sta contribuendo a pagarci le pensioni, i ragazzi che frequentano i licei, i giovani artisti che ancora non sono cittadini italiani? Va abbandonata l’immagine del migrante con la valigia, condannato a essere migrante tutta la vita. I racconti più efficaci, mi sembra, sono quelli che tagliano il tema in maniera trasversale, e forse per questo servirebbe una più forte cornice teorica, uno sguardo antropologico, la ricerca sociale. Ciò che conta di più è che il visitatore, una volta uscito, abbia strumenti critici in più (e non solo nozioni storiche) da portare nella sua attualità. Il museo deve proporre domande al visitatore, poiché le risposte che dà sono necessariamente parziali.

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