Diritti / Attualità

Manifestazioni e diritti umani. La Polizia e il ruolo degli osservatori di Amnesty

Il ministero dell’Interno non ha gradito il progetto lanciato a febbraio dall’organizzazione internazionale che prevede persone incaricate di monitorare il comportamento delle forze dell’ordine durante eventi di piazza. E ha usato toni sprezzanti. L’iniziativa di Amnesty, però, rischia di rivelarsi insufficiente se non coinvolge anche la magistratura. Ecco perché

“Oggi a Roma alla manifestazione promossa dall’Anpi presenti osservatori di @amnestyitalia contro violazioni diritti umani. Dopo violenze subite a #Piacenza e a #Torino le Forze dell’Ordine si sono sentite tutelate”. È il 24 febbraio quando il profilo ufficiale della Polizia di Stato pubblica questo tweet. È il “commento” all’iniziativa lanciata da Amnesty International Italia che prevede l’invio di osservatori durante manifestazioni pubbliche incaricati di “monitorare il comportamento delle forze di polizia schierate con funzioni di ordine pubblico e verificare se questo rispetti o meno gli standard internazionali sull’uso della forza”. Al 6 marzo il tweet è ancora online e ha raccolto oltre 430 “mi piace”, 210 “retweet” e 155 commenti. Tra questi anche quello di “alessio”: “appena arrivo in aeroporto e si avvicinano per chiedere un’ offerta saprò cosa rispondere!…..che vadano ai centri sociali a farsi dare contributi!”.

Il tweet del profilo ufficiale della Polizia di Stato del 24 febbraio 2018
Il tweet del profilo ufficiale della Polizia di Stato del 24 febbraio 2018

Allo sberleffo del dipartimento di Pubblica sicurezza e alle proteste di alcune sigle sindacali di polizia si sono aggiunti quotidiani come “La Verità”, “Il Tempo” e “Il Giornale”. Con titoli del tipo “Assalti alle forze dell’ordine, che vengono schedate da Anpi e Amnesty”, “I provocatori di Amnesty e la Polizia” (25 febbraio), “Amnesty tutela i violenti. L’ira della Polizia: noi vittime” (26 febbraio). Non è la prima volta che dal Viminale giungono reazioni sprezzanti alle iniziative di Amnesty. Dopo la pubblicazione del dettagliato report “Hotspot Italia” sulle violazioni dei diritti di rifugiati e migranti al momento dell’arrivo, nel novembre 2016, l’allora capo del dipartimento Libertà civili e immigrazione in seno al ministero dell’Interno Mario Morcone -in seguito anche capo di gabinetto del ministero- parlò di “cretinaggini” e “falsità costruite a Londra” (dove ha sede Amnesty).

La musica non è cambiata. Tanto che il 26 febbraio, di fronte alle polemiche strumentali sul ruolo degli osservatori, la sezione italiana di Amnesty International decide di pubblicare una “precisazione” sul proprio sito per fare chiarezza. “Nessuno dovrebbe avere paura di questo progetto -chiarisce-, perché non è contro alcuno. In uno Stato democratico, una forza democratica non dovrebbe temere di essere osservata”.

Però in conclusione aggiunge: “Vogliamo sottolineare che agli osservatori di Amnesty International Italia è richiesto di non rilasciare dichiarazioni ai giornalisti e di non fornire immagini a terzi. Le immagini eventualmente riprese non saranno utilizzate a sostegno di eventuali azioni penali di terzi, ma saranno oggetto di report e raccomandazioni di Amnesty International destinati ai dirigenti di Polizia e al ministero dell’Interno”.

Le ultime righe sollevano alcuni interrogativi. In che senso quelle immagini “eventualmente riprese non saranno utilizzate a sostegno di eventuali azioni penali di terzi”? “Per quanto riguarda le richieste dei giornalisti, i nostri osservatori hanno l’indicazione di dare il numero di cellulare del portavoce o dell’ufficio stampa e di spiegare che il loro compito non è quello di commentare sul momento quello che sta accadendo, anche perché non sono persone che abbiamo selezionato sulla base della loro capacità di rilasciare interviste, non è quello il ruolo -spiega ad Ae il portavoce di Amnesty Italia, Riccardo Noury-. Ed è evidente che se gli organi giudiziari dovessero richiedere per qualche ragione ad Amnesty International di fornire la documentazione raccolta noi ovviamente lo faremo. Quello che non faremo è che se arriva qualche avvocato di una parte o dell’altra a dire ‘dammi quelle immagini perché io voglio sporgere denuncia’, ecco, questo no, non è previsto che sia fatto”.

Ipotizziamo però di trovarci di fronte alle violenze e agli abusi del G8 di Genova 2001. Se dovesse ripetersi un caso del genere, le immagini raccolte sarebbero fornite a terzi? “Con i protocolli che abbiamo attualmente no -afferma Noury-. Ma se poi dovessero esserci delle situazioni in cui lo riteniamo necessario, beh a quel punto le pubblicheremmo sul nostro sito”.

L’altro punto riguarda gli interlocutori. Perché gli unici destinatari dei report e delle raccomandazioni sono i dirigenti di Polizia e il ministero dell’Interno? “Sono loro che hanno la responsabilità politica e tecnica di garantire che le forze di polizia italiane impiegate con funzioni di ordine pubblico rispettino gli standard internazionali sull’uso della forza -risponde Noury-. E sono destinatari con cui ci si auspica di interloquire”.
L’avvocato Emanuele Tambuscio è tra i legali che hanno curato i ricorsi presentati alla Corte europea dei diritti dell’uomo dalle vittime delle violenze avvenute a Genova durante il G8 presso la scuola Diaz- Pertini e la caserma Bolzaneto per mano delle forze dell’ordine. Ha letto la “precisazione” di Amnesty e non nasconde qualche perplessità. “Penso che in casi di violazioni accertate l’interlocutore dovrebbe essere la magistratura, non la Polizia. Capisco che non vogliano mettersi in contrasto e mantenere giustamente una posizione neutrale però se l’obiettivo è un’azione efficace allora è la magistratura con cui si devono mettere in contatto. Mi sfugge l’ambito ‘politico’ delle raccomandazioni”.

Amnesty Italia dice di essere a disposizione di eventuali richieste della magistratura. “Ricordo che la magistratura può sequestrare quella documentazione in qualsiasi momento -spiega l’avvocato Tambuscio- e dunque Amnesty, a titolo di esempio, non avrebbe alcuna possibilità legale di rifiutarsi di fornirla”. Il tema quindi non è tanto accordare il permesso alla magistratura di utilizzare alcune immagini quanto quello di investire da subito -come invece Amnesty prevede di fare solo con la Polizia e il Viminale- chi ha la titolarità dell’azione penale. E cioè il pubblico ministero e la Procura di competenza.

Ed è proprio su questo punto che il progetto italiano degli osservatori si differenzia profondamente rispetto ai modelli internazionali ai quali ha guardato la nostra sezione di Amnesty. “I protocolli del progetto sono stati largamente ripresi da altre esperienze di monitoraggio fatte all’estero, in particolare da Amnesty International Stati Uniti e Olanda”, spiega Noury. Negli USA, ad esempio, Amnesty International nell’ottobre 2014 ha curato la pubblicazione di un rapporto sugli abusi e le violazioni dei diritti umani a Ferguson, nello Stato del Missouri, anche durante le manifestazioni di protesta seguite all’omicidio del giovane Michael Brown. Nelle ventisei pagine del report (“On the Streets of America: Human Rights Abuses in Ferguson”) vengono messe in fila le restrizioni al diritto di protesta (inclusi coprifuoco o zone off-limits), gli abusi e le intimidazioni patite da manifestanti e media. Un intero paragrafo è dedicato all’identificabilità e alla responsabilità degli uomini del dipartimento di polizia di Ferguson, intervenuti alle manifestazioni senza codici o targhe identificativi in violazione della policy dello stesso dipartimento.
Quelle testimonianze, fotografie e documentazione che sono andate a comporre le raccomandazioni non sono state indirizzate soltanto al Dipartimento di polizia di Ferguson, al governatore del Missouri o al Congresso, ma anche al dipartimento di Giustizia. La ragione è semplice e la chiarisce la stessa Amnesty International USA nel suo report finale. È necessario garantire durante e dopo le manifestazioni il rispetto degli obblighi internazionali in materia di diritti umani e delle norme in materia di polizia, come il Codice di condotta per i funzionari incaricati dell’applicazione della legge delle Nazioni Unite (Code of Conduct for Law Enforcement Officials, dicembre 1979) e i principi Onu sull’uso della forza e delle armi da fuoco da parte delle forze dell’ordine (Basic Principles on the Use of Force and Firearms by Law Enforcement Officials, settembre 1990). Quindi è compito del dipartimento di Giustizia condurre “indagini efficaci, imparziali e tempestive”, sull’uso illegale della forza, l’arresto e la detenzione arbitraria, nonché la mancata protezione dei manifestanti pacifici. Perché, chiarisce Amnesty USA, “tutti i responsabili, compresi gli ufficiali della catena di comando, devono essere chiamati a rispondere del loro operato mediante procedimenti penali o disciplinari”.

La traduzione di questo modello in Italia, quindi, avrebbe dovuto comportare che tra i destinatari dei report e delle raccomandazioni non ci fossero soltanto Polizia e Viminale, potenzialmente “sollecitabili” sotto il profilo dei procedimenti disciplinari. Ma anche e soprattutto la magistratura. Per il semplice fatto che nel nostro Paese l’esercizio dell’azione penale -Costituzione alla mano- spetta al pubblico ministero e non al capo della Polizia (al quale Amnesty International Italia ha scritto una lettera per chiedere un incontro dopo l’equivoco). Alla polizia toccherebbe quindi sanzionare disciplinarmente chi si macchia di violazioni o abusi, come invece non è successo dopo i fatti di Genova. “Si sono ripresi tutti i condannati del G8 in servizio”, ricorda l’avvocato Tambuscio. E questo è avvenuto, come hanno scritto i giudici di Strasburgo nella sentenza sui fatti della Diaz nell’aprile 2015, dopo che la polizia si è “impunemente” rifiutata “di fornire alle autorità competenti la collaborazione necessaria all’identificazione degli agenti che potevano essere coinvolti negli atti di tortura”.

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