Economia

Allarme petrolio. Il mondo è in riserva – Ae 30

Numero 30, luglio/agosto 2002Fino a quando il mondo potrà disporre di petrolio a buon mercato? Forse solo per pochi anni, al massimo una dozzina. Poi sarà un privilegio di pochi. Attualmente il petrolio fornisce circa il 40% dell'energia consumata nel…

Tratto da Altreconomia 30 — Luglio/Agosto 2002

Numero 30, luglio/agosto 2002

Fino a quando il mondo potrà disporre di petrolio a buon mercato? Forse solo per pochi anni, al massimo una dozzina. Poi sarà un privilegio di pochi. Attualmente il petrolio fornisce circa il 40% dell'energia consumata nel mondo: ne utilizziamo circa 28 miliardi di barili all'anno (1 barile = 159 litri). Le previsioni dell'Iea (International Energy Agency) dicono che nel 2020 arriveremo a consumarne quasi 42 miliardi di barili. Previsioni che si riferiscono al consumo energetico nell'ipotesi che l'economia mondiale continui a crescere nei prossimi vent'anni con un tasso medio del 3% annuo, tenendo conto del miglioramento dell'efficienza nell'uso delle fonti di energia. Ma il problema &endash;sottolineato da un gruppo di geologi ed esperti dell'Aspo (Association for the Study of Peak Oil) che lo scorso maggio si sono riuniti a Uppsala, in Svezia- è che per garantire questo fabbisogno energetico si dovrà fare i conti con le riserve mondiali di petrolio, per capire se saranno in grado di stare dietro all'aumento della domanda.

Una scarsità delle riserve disponibili causerebbe delle forti tensioni sui prezzi, con conseguenze potenzialmente dirompenti sull'economia. Ma di quanto petrolio disponiamo? Ogni anno vengono pubblicati diversi rapporti sull'entità delle riserve di petrolio e gas, sia da agenzie governative e internazionali che dalle compagnie petrolifere. Tuttavia ciò non basta ad avere un quadro chiaro delle disponibilità delle diverse fonti di energia, perché le informazioni fornite al pubblico ubbidiscono a criteri politici ed economici. Le compagnie petrolifere, ad esempio, sono interessate a diminuire la stima delle proprie riserve quando si tratta di pagare le tasse, mentre sono interessate a sovrastimarle quando si tratta di raccogliere capitali tra gli investitori. Le associazioni di produttori, come l'Opec, sono interessate a mantenere un equilibrio nel mercato delle quote assegnate ai loro associati, e siccome tali quote sono stabilite in base al rapporto tra produzione e riserve di petrolio nei vari Paesi, tendono a mantenere stabile la valutazione di tali riserve, come se ogni anno venisse scoperto altrettanto petrolio di quanto se ne è venduto. In realtà non è così, e anzi la produzione supera ormai da parecchi anni le scoperte. I dati raccolti dall'Aspo indicano che le scoperte mondiali di petrolio nel 2001 sono state di circa 8 miliardi di barili, compresi i giacimenti in mare profondo, quindi 20 miliardi di barili meno di quanti ne abbiamo consumati. Inoltre le nuove scoperte sono sparse in circa 300 giacimenti, il che significa che si stanno scoprendo riserve di dimensioni relativamente piccole, quasi sconvenienti dal punto di vista economico.

Una tendenza, quella di scoprire meno petrolio di quanto se ne consuma, che continua dagli anni '80.

A Uppsala sono state presentate le previsioni aggiornate in base alle nuove scoperte. Anche tenendo conto della possibilità di sfruttare le riserve di petrolio “non convenzionale” (i cui costi di estrazione sono notevolmente più alti), come quello scoperto in Groenlandia o in Alaska, o quello in giacimenti in mare profondo, il picco di produzione (il momento in cui, cioè, l'ammontare di petrolio estratto sarà al suo massimo) si colloca verso il 2010. Da quella data le riserve andranno esaurendosi inarrestabilmente. Non tutti sono d'accordo con queste previsioni. Nessuno contesta il fatto che prima o poi le risorse petrolifere finiranno per esaurirsi, ma il punto in discussione è quando questo avverrà.

Nella terminologia ufficiale si distingue tra riserve, che sono costituite dal petrolio che si trova in giacimenti già scoperti e che ancora non è stato estratto, e risorse, che sono la quantità di petrolio che si ritiene esistere (e può essere scoperto ed estratto) in base a previsioni geologiche. Secondo l'Aspo le risorse sono pari a circa 2.000 miliardi di barili, e su questa stima si basa la loro previsione del picco di produzione. L'Iea, le cui previsioni fanno da riferimento per la maggior parte dei rapporti ufficiali, utilizza invece su una stima delle risorse disponibili pari a circa 3.000 miliardi di barili, derivata da una analisi pubblicata nel 1999 dalla Usgs (US Geological Survey).

Questa stima è fortemente contestata dai geologi dell'Aspo, in base a considerazioni tecniche ma anche in base alla semplice constatazione che il petrolio prima di essere estratto deve essere scoperto, e le scoperte, come già sottolineato, da vent'anni non stanno dietro ai consumi.

Secondo le previsioni dall'Usgs negli anni dal 1995 al 2025 dovrebbero essere scoperti e messi in produzione oltre 730 miliardi di barili di petrolio, il che significa una media di 25 miliardi di barili all'anno. Ma da anni la media non supera i 10 miliardi.

La stima delle riserve ultime non è l'unica premessa discutibile su cui si basano le previsioni ottimistiche sul futuro del petrolio. Un altro punto essenziale è il livello cui si prevede verrà spinto lo sfruttamento delle riserve prima di diminuire la produzione. La scelta di quale criterio assumere per la stima dello sfruttamento è essenzialmente politica, visto che quanto più basso è il rapporto tra riserve e produzione tanto più breve diventa il periodo necessario ad esaurire le riserve stesse. La durata di una data quantità di riserve infatti è determinata essenzialmente da due parametri: il tasso di crescita della produzione fino al raggiungimento della produzione massima, e il tasso di diminuzione da quel momento in poi. L'impostazione dell'Usgs è che la produzione segua una crescita a tasso costante (che nei modelli utilizzati per i calcoli varia dal 1% al 3%) fino a raggiungere un rapporto di uno a dieci, e quindi diminuisca mantenendo costante tale rapporto. Questo significa che si prevede di consumare il più possibile delle riserve, soddisfacendo i nostri bisogni fin quando è possibile e lasciando ben poco per gli anni successivi (e alle prossime generazioni).

L'Aspo contesta fortemente questo modo di stimare la durata delle riserve perché, in tutti i giacimenti noti, si osserva in realtà che la produzione comincia a diminuire quando si è consumato circa la metà del petrolio disponibile (in sostanza non è possibile pompare petrolio allo stesso ritmo quando il giacimento comincia ad esaurirsi) e accusa l'Iea di fare cattiva informazione per motivi squisitamente politici. Lo scenario futuro vedrà le riserve dei Paesi non Opec in repentino esaurimento, e il mondo dipendere sempre più da pochi Paesi del Medio Oriente. Anche se il ritmo delle nuove scoperte dovesse crescere nei prossimi anni, la dipendenza dai paesi del Golfo Persico è destinata ad aumentare. In quest'area si trova infatti oltre il 60% delle riserve mondiali di petrolio e anche le risorse che si pensa siano disponibili in Russia e nel bacino del Caspio non cambiano sostanzialmente il quadro generale. Per sfruttare queste risorse saranno necessari enormi investimenti, che dovranno garantire un ritorno adeguato agli investitori. L'analisi dettagliata degli investimenti necessari sarà oggetto del prossimo rapporto dell'Iea, che verrà pubblicato all'inizio del 2003, ma fin d'ora si parla di oltre mille miliardi di dollari da investire entro il 2010. Una cifra davvero notevole, ma non impossibile per le compagnie petrolifere (negli ultimi anni gli investimenti in ricerca e sviluppo sono stati dell'ordine di 80 miliardi di dollari). Il problema è che questi investimenti devono dimostrarsi redditizi, portare cioè a nuove scoperte. A febbraio il Times di Londra commentava i risultati finanziari del gruppo Shell, stigmatizzando la caduta del 74% nella capacità di sostituzione delle riserve e sollecitando investimenti nella ricerca di giacimenti. Il che però potrebbe non bastare, se le risorse stanno per esaurirsi.!!pagebreak!!

E negli Usa potrebbe crollare anche la produzione di gas naturale
Il gas naturale è considerato una fonte di energia alternativa al petrolio, destinata a un crescente consumo nei prossimi anni. Da molti il gas è visto come il combustibile ideale per gestire la fase di sostituzione del petrolio, perché è più pulito (produce meno anidride carbonica durante la combustione) e perché richiede strutture di distribuzione che potranno essere facilmente adattate all'idrogeno, quando questa fonte di energia pulita sarà finalmente disponibile. Ma anche il gas deve esser scoperto prima di essere distribuito e soprattutto richiede grossi investimenti per essere trasportato dai luoghi di produzione ai luoghi di consumo. Le stime delle riserve e delle risorse di gas disponibili nel mondo vanno soggette alle stesse contestazioni di quelle del petrolio. Secondo le agenzie internazionali ci sono risorse molto ampie, che aspettano solo di essere scoperte e immesse in produzione, ma secondo i geologi dell'Aspo anche per il gas il picco di produzione potrebbe essere più vicino di quanto si pensi. Gli Usa sono il maggior consumatore mondiale di gas, utilizzato soprattutto per la produzione di energia elettrica e per il riscaldamento.

Una parte di questo gas è importata dal Canada e dal Messico. Una carenza o un aumento improvviso dei prezzi causerebbero gravi danni all'economia americana, imponendo probabilmente forme di razionamento dell'energia elettrica, come è già successo lo scorso anno in California.

A partire da un'estesa analisi delle aspettative effettuata da una banca di investimenti presso suoi clienti produttori di gas in 53 contee del Texas (lo Stato che da solo produce il 31% del gas utilizzato in Usa), Matthew Simmons, del direttivo Aspo, ha concluso che la produzione di gas negli Usa potrebbe calare del 10% nei prossimi sei mesi e continuare nel periodo successivo fino al 20%. Una variazione di produzione così rilevante in tempi così brevi si giustifica con il particolare comportamento dei giacimenti di gas, la cui produzione dopo il massimo cala di colpo invece di declinare lentamente, come accade per il petrolio.

Entro l'anno sapremo se la previsione è corretta, e in caso affermativo avremo l'opportunità di osservare come la maggior potenza economica mondiale reagisce a uno shock energetico improvviso.

La variabile prezzo e il gioco domanda-offerta
prezzo del petrolio è forse la principale variabile che determina l'andamento dell'economia mondiale, per lo meno a breve termine. Il mercato del petrolio dipende in larga parte dalle decisioni di un cartello di produttori (l'Opec), che da soli sono in grado di determinare variazioni nell'offerta che non possono essere facilmente compensate da altri produttori. Gli effetti delle scelte politiche dell'Opec si sono fatti sentire negli anni '70 e '80, con conseguenze importanti sull'economia mondiale. Negli ultimi anni il prezzo del petrolio è stato molto volatile, con oscillazioni da 10 a 30 dollari al barile, anche se da un paio d'anni l'Opec sembra impegnata a mantenere una relativa stabilità dei prezzi, nella fascia tra 22 e 28 dollari al barile. A determinare i prezzi è l'equilibrio tra domanda e offerta. Dopo l'11 settembre, ad esempio, i prezzi sono schizzati verso l'alto per le aspettative politiche seguenti all'attentato, ma sono poi rapidamente calati, sia per effetto della minaccia di recessione economica e conseguente riduzione della domanda, sia perché la Russia ha provveduto a immettere sul mercato grandi quantità di greggio, rompendo l'accordo che era stato fatto l'anno precedente con i Paesi Opec. Il Paese che di più può influenzare l'offerta, intervenendo con grandi aumenti della produzione anche in pochi giorni, è l'Arabia Saudita, e certo non è un caso che l'alleanza tra la casa dei Saud e gli Usa, siglata da F.D. Roosvelt dopo la conferenza di Yalta, sia uno dei pilastri della politica americana.

Ma la stabilità dei prezzi può essere mantenuta solo se le aspettative di produzione possono contare su riserve sicure, altrimenti ci si deve aspettare una tensione sui prezzi che, secondo la teoria economica, dovrebbe servire a mantenere sotto controllo i consumi e ad accrescere la redditività di fonti di energia alternative. Secondo la teoria economica classica quindi un eventuale esaurimento delle riserve petrolifere non costituisce un problema, visto che il mercato, attraverso l'aggiustamento dei prezzi, porterà allo sviluppo di forme di energia sostitutive. Il problema è quali effetti si produrranno durante la fase di transizione e se un mercato dominato da un cartello di produttori e da poche grandi compagnie sarà in grado di gestirla nell'interesse di tutti.

Non c'è bisogno di essere dei no global per nutrire legittimi dubbi, e la coltre di nebbia che si stende attorno ai dati relativi alla disponibilità di risorse non aumenta la fiducia.

Un passo importante sarebbe la costituzione di un agenzia -controllata dall'Onu- cui le compagnie petrolifere nazionali e private siano obbligate a comunicare i dati reali delle riserve e delle risorse scoperte. Ma nessuno sembra intenzionato a muoversi in questa direzione.

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