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L’Agenda 2030 è stata scossa nel profondo dall’emergenza Covid-19

Attività di sensibilizzazione e contrasto ai matrimoni precoci in Mauritania, dove 37% delle ragazze si sposa prima di aver compiuto 18 anni © Raphael Pouget - Unicef

Insicurezza alimentare, povertà e disuguaglianze sono destinati ad aumentare. Ma non è solo colpa della pandemia. Già prima del 2020 il cammino verso il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile era in una fase critica

Tratto da Altreconomia 238 — Giugno 2021

L’ospedale di Chiulo, nell’estremo Sud dell’Angola, ha circa 200 posti letto, ma da mesi non opera a piena capienza: “Non abbiamo mai avuto casi di Covid-19, ma la gente ha paura a venire qui”, spiega Nicoletta Maffizioli, operatrice di Cuamm-Medici con l’Africa, associazione che gestisce la struttura. “Molte delle conquiste ottenute negli ultimi anni sono andate perse: le donne non stanno più venendo in ospedale a partorire, preferiscono farlo a casa nella convinzione che sia più sicuro -aggiunge-. Per diversi mesi abbiamo interrotto le vaccinazioni e questo avrà conseguenze gravi sulla salute di tanti bambini”.

I primi dati di uno studio dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) rilevano un aumento della mortalità materna durante il parto o per complicazioni legate alla gravidanza in dieci Paesi africani sui 22 presi in esame tra febbraio e luglio 2020 (in particolare Mali, Senegal, Sudafrica e Comore) mentre in nove Paesi si è registrato un calo delle nascite nelle strutture. Le limitazioni imposte dalla pandemia e la chiusura dei servizi per la salute sessuale e riproduttiva, inoltre, hanno limitato la possibilità per le donne di ottenere i contraccettivi: la conseguenza, secondo il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa) saranno circa 1,4 milioni di gravidanze non volute.

Ridurre il tasso di mortalità materna e garantire l’accesso universale ai servizi di assistenza sanitaria, sessuale e riproduttiva sono due dei target fissati dall’Obiettivo 3 dell’Agenda per lo sviluppo sostenibile: “Assicurare salute e benessere per tutti”. Ma l’epidemia da Covid-19 renderà ancora più difficile raggiungere entro il 2030 gli obiettivi fissati nel 2015 dalle Nazioni Unite (SDGs).

Il report “The sustainable development goals and Covid-19” fotografa infatti una situazione preoccupante: cinque obiettivi sui 17 indicati dall’Agenda 2030 hanno subito un “impatto altamente negativo dalla pandemia”: tra questi ci sono la lotta alla povertà (Obiettivo 1), l’eliminazione della fame (Obiettivo 2), salute e benessere universale, crescita economica e lavoro dignitoso (Obiettivo 8), riduzione delle disuguaglianze (Obiettivo 10). Mentre un impatto “moderatamente negativo” viene indicato per altri otto obiettivi tra cui istruzione di qualità (Obiettivo 4), uguaglianza di genere (Obiettivo 5), accesso all’acqua pulita (Obiettivo 6), pace e giustizia (Obiettivo 16). Per i restanti quattro, le conseguenze della pandemia non sono ancora chiare.

“Occorre però precisare che l’Agenda 2030 era in una fase critica per mancanza di progressi o per il peggioramento della situazione già prima dello scoppio della pandemia -sottolinea Stefano Prato, coordinatore del ‘Civil society financing for development group, una rete nata nel 2002 che riunisce oltre 800 associazioni-. Bisogna evitare che la pandemia diventi la giustificazione per il mancato avanzamento e il mancato raggiungimento degli obiettivi fissati nel 2015”.

Sono gli stessi documenti pubblicati dalle Nazioni Unite a certificare questo ritardo. Nella prefazione al Rapporto sugli obiettivi di sviluppo sostenibile 2020, il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres evidenzia che “prima dell’epidemia da Covid-19 il progresso (per il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile, ndr) è stato disomogeneo e non siamo sulla buona strada per raggiungere il traguardo entro il 2030”. Per alcuni target c’erano stati risultati positivi ma “i cambiamenti non stavano ancora avvenendo alla velocità o alla portata necessaria”.

Secondo l’Unicef l’interruzione dei percorsi scolastici avrà gravi conseguenze sulla dispersione scolastica, in particolare su quella femminile: 11 milioni di bambine e ragazze non torneranno più sui banchi di scuola © Dinda Veska – Unicef

L’impegno per la lotta alla fame è un esempio lampante. Nel 2019 l’insicurezza alimentare riguardava il 25,9% della popolazione globale, un dato in crescita rispetto al 22,4% del 2014. In questo scenario, l’impatto della pandemia è stato devastante e a pagare il prezzo più alto sono stati soprattutto i piccoli agricoltori. “Il Covid-19 ha causato una diminuzione dei livelli di reddito delle piccole agricoltrici”, scrive Actionaid in un report dedicato agli impatti della pandemia sulla sicurezza alimentare in Africa subsahariana. L’83% degli intervistati ha dichiarato un peggioramento dei propri livelli di reddito e dei mezzi di sostentamento. Il 93% ha dovuto attingere ai propri risparmi e il 60% ha dovuto indebitarsi per mangiare.

Il Covid-19 avrà un impatto devastante anche sulla vita di milioni di bambine e ragazze, indebolendo gli sforzi fatti in questi anni per raggiungere l’uguaglianza di genere (Obiettivo 5). Secondo le stime di Unicef e Unfpa entro il 2030 ci saranno 10 milioni di spose bambine in più rispetto alle stime elaborate prima della pandemia. E nello stesso periodo, due milioni di bambine che avrebbero potuto evitare le mutilazioni genitali subiranno, invece, “il taglio”. “Il contrasto delle pratiche dannose come matrimoni precoci e forzati e mutilazioni genitali femminili ha subito un arresto durante i primi mesi della pandemia”, conferma Serena Fiorletta di Aidos (Associazione italiana donne per lo sviluppo). Da un lato c’è stata una riduzione delle attività delle Ong attive sul campo a causa del lockdown o per una riconversione dei progetti attivi su altri fronti per il contrasto al Covid-19. “Quando le condizioni economiche delle famiglie peggiorano, quando aumentano povertà e insicurezza anche le pratiche dannose crescono in maniera esponenziale. Sono molte le famiglie, ad esempio, che danno in sposa una figlia, anche se molto giovane, per metterla al riparo da povertà e violenze -aggiunge Fiorletta-. I diritti umani sono strettamente collegati uno all’altro: se alcuni iniziano a mancare, a catena anche gli altri vengono colpiti”.

“Bisogna evitare che la pandemia diventi la giustificazione per il mancato avanzamento e il mancato raggiungimento degli obiettivi fissati nel 2015” – Stefano Prato

L’erosione del diritto all’istruzione (fissato dall’Obiettivo 4) rappresenta una drammatica realtà per 168 milioni di bambini e ragazzi che a causa del Covid-19 hanno perso un intero anno di scuola. A farne le spese sarà soprattutto la componente femminile: “Secondo le stime di Unesco, 11 milioni di bambine e ragazze non torneranno più a scuola -spiega Julia Lopez, di Plan International-. Il Covid-19 non ha fatto altro che esacerbare una crisi già esistente: prima della pandemia 258 milioni di bambini non andavano a scuola. Per non parlare della diffusa learning poverty: circa 750 milioni di bambini tra i cinque e i 16 anni che non hanno adeguate competenze di lettura e scrittura”. “Molti sottovalutano l’impatto della chiusura delle scuole sul lungo periodo: perdere un intero anno significa bloccare l’ascensore sociale e acuire le diseguaglianze, aggravando la condizione di chi già partiva in condizioni di svantaggio -aggiunge Raul Caruso, docente di economia politica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano-. Inoltre, se l’economia farà un ‘rimbalzo’ la condizione delle famiglie potrebbe anche risalire in tempi relativamente brevi, ma recuperare un anno di stop nel percorso scolastico non sarà altrettanto facile”. Se calcolare il danno educativo causato dalla chiusura prolungata delle scuole è impossibile, l’Ocse ne ha stimato invece il costo economico: gli studenti che hanno subito un’interruzione del percorso di studi a causa del Covid-19 rischiano di avere redditi più bassi durante tutta la loro carriera lavorativa. Un calo che può oscillare fra il 3,9% per chi ha perso metà anno scolastico e il 7,7% per un intero anno di fermo.

A rischio anche gli impegni globali per il clima (Obiettivo 13). “C’è stata una riduzione delle emissioni di CO2, ma al tempo stesso il 2020 è stato l’anno più caldo di sempre: non sarà un calo di uno o due anni a invertire la traiettoria -commenta Harjeet Singh, responsabile per il clima di Actionaid International-. Con la scusa di rilanciare l’economia diversi governi hanno indebolito le loro politiche climatiche e hanno dato alle aziende più margine per inquinare. È successo in India e in Brasile, dove è cresciuta la deforestazione in Amazzonia. Serve una prospettiva di lungo periodo: tra qualche anno le industrie si rimetteranno in piedi e se non coglieremo l’occasione per renderle più sostenibili e non invertiremo la traiettoria delle emissioni ci troveremo in una situazione molto difficile”.

L’eliminazione della fame è fissata dall’Obiettivo 2 dell’Agenda 2030. Già prima della pandemia, però, il traguardo “fame zero” era ancora molto lontano dall’essere raggiunto © Safidy Andrianantenaina – Unicef

L’Agenda 2030 è stata scossa nel profondo dall’emergenza Covid-19. Ma c’è almeno un elemento positivo: la pandemia ha fatto comprendere l’importanza dei sistemi pubblici (in particolare quello sanitario e quello scolastico), in contrasto con la forte spinta alle privatizzazioni. “Bisognerà capire come guadagnare uno spazio fiscale adeguato, soprattutto per i Paesi in via di sviluppo, per trovare le risorse da investire in questi settori”, sottolinea Stefano Prato. Di nuovo, già prima dell’epidemia da Covid-19 l’indebitamento estero di diversi Paesi in via di sviluppo aveva raggiunto livelli allarmanti: nel 2019 25 Paesi spendevano più per il debito rispetto ai servizi scolastici, sanitari e di protezione sociale. Tra questi il Sud Sudan spendeva 11 volte di più, Haiti, Gambia e Chad tre volte di più; e nell’elenco stilato da Unicef in un suo recente rapporto ci sono anche Sri Lanka, Etiopia, Zimbabwe, Ghana, Repubblica Democratica del Congo, Mauritius e Zambia.

Per dare una prima risposta a questa emergenza, i Paesi del G20 hanno deciso una sospensione dei pagamenti fino a dicembre 2021. “Ma è un passo molto timido -commenta Raul Caruso-. Servirebbe una sospensione di almeno tre o quattro anni. Non è un caso che molti economisti abbiano già sottolineato l’urgenza di una moratoria sul debito e si pone con urgenza la necessità di una riforma del Fondo monetario internazionale che dia ai Paesi in via di sviluppo più spazio nella governance”. Per Stefano Prato le campagne essenziali da affrontare in questo momento sono due: la cancellazione del debito da un lato e la riforma del commercio mondiale dall’altro. Per scardinare un sistema che vede i Paesi del Sud del mondo solo come produttori di materie prime e non permette loro di sviluppare un’economia interna abbastanza forte da generare un gettito fiscale sufficiente. “Purtroppo, l’Agenda 2030 tocca questi temi in maniera marginale -conclude Prato-. Nei prossimi mesi occorrerà capire quanta forza avranno i Paesi in via di sviluppo per mettere questi temi al centro della discussione e quanta disponibilità ci sarà da parte dei Paesi ‘sviluppati’ di riconoscere che non è possibile parlare degli obiettivi dell’Agenda 2030 se non si riconosce la necessità di riforme sistemiche nella governance dell’economia mondiale che garantiscano maggiori spazi di fiscali e di manovra ai Paesi in via di sviluppo”.

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