Economia / Opinioni

Africa: la rivoluzione rinnovabile è qui

L’energia solare “fuori rete” è una chiave per l’uscita dalla povertà energetica e materiale di molte zone rurali del continente. Il caso della Tanzania. La rubrica di Stefano Caserini

Tratto da Altreconomia 206 — Luglio/Agosto 2018
© REUTERS/Thierry Gouegnon

“Solar is cheaper”, il solare costa meno, mi dice Isaya, l’autista maasai ad Arusha, Tanzania. Anche lui ha installato sul tetto di casa un pannello fotovoltaico che produce l’energia elettrica per l’illuminazione, la radio, la televisione. Siamo ancora agli inizi, ma quello dell’energia solare off-grid (fuori rete) è una questione importante per l’uscita dalla povertà energetica e materiale di molte zone rurali in Africa, Asia ed America Latina. In Tanzania solo il 3% della popolazione rurale è collegata alla rete elettrica nazionale; secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (iea.org), i consumi pro-capite di elettricità in questo grande Paese africano sono un cinquantesimo di quelli italiani e meno di un centesimo di quelli statunitensi. Per chi ne consuma così poca, avere un po’ di più di energia aumenta enormemente il livello del benessere. L’energia elettrica rinnovabile off-grid, in particolare quella solare, ha molti benefici, da molti punti di vista. Offre una gamma ampia di soluzioni moderne, come pannelli solari e lampade solari e stand-alone, che sono non solo meno costose, ma più veloci da installare, più affidabili, più sicure e più pulite rispetto all’estensione della rete centralizzata o alla generazione locale con motori a kerosene o gasolio.

58%, la riduzione del costo dell’energia fotovoltaica dal 2010 al 2015

Il primo punto a favore sono i costi, diminuiti drasticamente nell’ultimo decennio: ora la produzione dell’energia con il sole è competitiva con quella di un motore diesel, delle candele o di una lampada a kerosene, l’alternativa per le zone non raggiunte dalla rete elettrica nazionale. E dove c’è la rete statale, può comunque essere conveniente: “Paghi una volta sola, e poi è gratis”, mi dice Isaya.
L’opzione off-grid è spesso più veloce: la generazione centralizzata è importante nelle grandi città, ma collegare ad una rete nazionale i villaggi di zone remote e scarsamente popolate richiede molto tempo e investimenti: non è la soluzione più efficiente (fino a un quarto della potenza è perso nella trasmissione), e non è fra le priorità di chi governa. In molti casi, l’arrivo dell’energia solare o idroelettrica su piccola scala è la prima elettricità che sperimentano le persone di questi territori. In molti Paesi l’energia della rete generata da motori diesel non è affidabile, perché le forniture di carburante sono intermittenti, e frequenti sono i black-out. L’elettricità prodotta da una mini rete solare permette una maggiore affidabilità e stabilità della fornitura ad un ospedale o a una scuola. Quasi i due terzi delle scuole in Africa non hanno elettricità, e con l’elettricità aumentano le ore di studio e migliorano i tassi di alfabetizzazione. Secondo l’iniziativa Pioneering Power, dopo aver fornito elettricità solare in Tanzania i tassi di completamento delle scuole primarie e secondarie sono aumentati da meno della metà a quasi il 100%; e per chi non studia, avere l’elettricità permette di poter utilizzare anche le ore serali per leggere o per altre attività.

I carburanti tradizionali (cherosene e candele) sono pericolosi: possono causare incidenti, rischi di incendio, inquinamento dell’aria nelle strade ma anche nelle abitazioni. Evitare lo smog o i fumi riduce le malattie respiratorie. È sbagliato quindi stupirsi di trovare appoggiato ad una baracca col tetto di lamiera il kit per la ricarica a energia solare del telefono cellulare. È solo l’inizio. Il dubbio è se questi Paesi riusciranno a utilizzare questa rivoluzione energetica per creare lavoro, ridurre la dipendenza dalle importazioni di tecnologia, farne un fattore strutturale di miglioramento della vita delle persone, di uguaglianza, di democrazia.

Stefano Caserini è docente di Mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “Il clima è (già) cambiato” (Edizioni Ambiente, 2016)

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