Economia

Africa Made in China – Ae 75

Dal Sudan all’Angola i cinesi costruiscono di tutto: strade, dighe, centrali elettriche, oleodotti. Una presenza quasi invisibile, ma con un interesse strategico che punta all’approvvigionamento di materie prime. A partire dal petrolio I cinesi sono invisibili. Impossibile trovarli. Anche Khartoum:…

Tratto da Altreconomia 75 — Agosto 2006

Dal Sudan all’Angola i cinesi costruiscono di tutto: strade, dighe, centrali elettriche, oleodotti. Una presenza quasi invisibile, ma con un interesse strategico che punta all’approvvigionamento di materie prime. A partire dal petrolio


I cinesi sono invisibili. Impossibile trovarli. Anche Khartoum: li incontri solo all’aeroporto, giorno e notte, quando alcuni funzionari sudanesi, tanto silenziosi quanto efficienti, dopo aver eluso gli interminabili controlli li imbarcano su furgoncini e fuoristrada di rappresentanza. Poi scompaiono. Eppure sono loro i principali responsabili del boom economico di questo Paese africano poverissimo (almeno fino a ieri): in Sudan c’è il petrolio, e sono stati proprio i cinesi a sfruttarlo. Difficile sapere con esattezza quanti siano. Forse alcune decine di migliaia. Costruiscono oleodotti, raffinerie, centrali di pompaggio, strade. Senza interessarsi troppo alla guerra civile appena finita, senza mescolarsi troppo con i sudanesi. Senza fare troppe domande. In fondo sono qui per affari, no?  Il governo di Khartoum, per anni, ha fatto letteralmente terra bruciata delle aree sudanesi in cui c’erano i pozzi di petrolio, distruggendo i villaggi, violentando le donne e uccidendo gli uomini, magari indirettamente attraverso i cosiddetti “scontri etnici”, in realtà fomentati dal governo che armava e contrapponeva le fazioni sul territorio.

Il Sudan è grande otto volte l’Italia, esce da vent’anni di guerra civile, non è facile controllare quello che capita nelle zone più remote. E probabilmente manca anche la volontà di farlo.

L’ondata di violenza legata al petrolio ha raggiunto il suo picco tra il 1999 e il 2002 ma i problemi continuano ancor oggi. Un solo esempio: dopo la firma dell’accordo di pace che a gennaio 2005 ha posto fine alla guerra civile tra Nord e Sud che durava dal 1983, alcune persone sono tornate nei villaggi da cui erano stati cacciati con la forza. Non hanno trovato nemmeno una capanna. Tutto distrutto. Le fonti di acqua prosciugate; le piccole elevazioni di terreno su cui sorgevano le capanne (una barriera naturale alle periodiche inondazioni) scavate e distrutte, spesso allo scopo di procurarsi la sabbia necessaria alla costruzione delle strade che congiungono tra di loro i pozzi petroliferi.

La Euoropean Coalition on Oil in Sudan (Ecos, www.ecosonline.org), nel recente rapporto Oil Development in Northern Upper Nile, Sudan ha raccontato la tragedia ignorata che sta dietro alla manna petrolifera.

Se il petrolio è stata una delle ragioni per cui si è combattuta la guerra civile in Sudan, è altrettanto vero che esso è stato un elemento chiave per arrivare alla pace. Il governo di estremisti islamici al potere a Khartoum e i ribelli dell’Spla (l’esercito di liberazione che dal Sud ha combattuto il governo per vent’anni) ci hanno messo un paio di anni di negoziati a mettersi d’accordo.

La condivisione delle risorse petrolifere è uno dei capisaldi dell’Accordo di pace firmato nel gennaio 2005. Decisive sono state la mediazione degli Stati Uniti, in particolare di John Danfort -inviato speciale del presidente petroliere George W. Bush- e la consulenza tecnica della Banca mondiale.

Anche il recente accordo di pace per il Darfur, firmato a maggio 2006 tra il nuovo governo di unità nazionale e i ribelli dell’Sla (principale gruppo ribelle del Darfur attivo dal 2003) ha qualcosa a che fare con il petrolio. In questa regione occidentale del Sudan la ribellione contro il governo centrale è degenerata in lotta armata nel 2003. Quello del Darfur però è anche un problema regionale che nel 2006 ha rischiato di trasformarsi in una guerra di frontiera con il Ciad. E Ciad, in termini geostrategici, vuol dire ancora una volta petrolio: importanti giacimenti che arrivano con un oleodotto (finanziato da compagnie americane, malesi e dalla Banca mondiale) lungo oltre 1.500 chilometri fino alle spiagge del Camerun. A sudest del Darfur si trovano i pozzi petroliferi sudanesi, e un altro oleodotto, costruito soprattutto grazie a investimenti cinesi, anche questo lungo circa 1.600 chilometri (arriva fino al Port Sudan, sul Mar Rosso). In mezzo a questi due enormi giacimenti petroliferi c’è il Darfur.

La Advanced Petroleum Company (Apco), una compagnia in gran parte controllata da aziende legate al governo sudanese, è stata creata con lo specifico obiettivo di ottenere la concessione del blocco C, un territorio che dal Darfur si spinge verso il Sud del Sudan. Un anno fa è stato trivellato il primo pozzo nel Darfur meridionale che però non ha dato i risultati previsti. Ma le speranze degli investitori sono molte.

E la Cina, sia con investimenti diretti sia attraverso una complessa e ramificata partecipazione ad aziende sudanesi e a consorzi internazionali, è presente in ogni aspetto dell’industria petrolifera locale. In cambio il Sudan è il primo Paese importatore di prodotti cinesi dell’Africa subsahariana.

Ma questo è solo l’esempio più lampante della penetrazione cinese in Africa. Da alcuni anni Pechino ha aumentato i propri investimenti in Africa. All’inizio del 2006 la Cina ha presentato il suo primo Libro bianco sull’Africa. Poi nel giro di sei mesi il ministro degli Esteri Li Zhaoxing ha visitato sei Paesi africani, il presidente Hu Jintao altri tre, il primo ministro Wen Jiabao sette. Dall’Egitto al Sudafrica, dal Sudan al Senegal. La Cina è il terzo partner commerciale dell’Africa, l’interscambio Cina-Africa nel 2005 valeva 37 miliardi di dollari e aveva subìto un incremento del 35% rispetto all’anno precedente. Ma soprattutto si era quadruplicato rispetto al 2001. La Cina in Africa costruisce di tutto: dighe, strade, oleodotti, centrali elettriche. Senza contare che anche i mercatini africani sono sempre più invasi da prodotti cinesi, a buon mercato perfino per gli africani. Tutto questo in cambio di materie prime: per esempio cotone

(il 21% del cotone importato dalla Cina arriva dall’Africa), manganese, ma soprattutto petrolio: la Cina importa il 40% del petrolio che consuma, e circa un terzo arriva dall’Africa subsahariana. A febbraio l’Angola ha superato l’Arabia Saudita diventando il primo fornitore di petrolio per i cinesi.



Dieci anni di oro nero

La storia del petrolio in Sudan ha una decina di anni. Nel giugno del 1996 ci fu la cerimonia di inaugurazione dei primi pozzi di petrolio di Heglig. Nel 1999, grazie all’oleodotto verso Port Sudan, il Paese è in grado di esportare greggio via mare. Se il ministro al-Jaz è il protagonista del boom petrolifero del Sudan (fu lui nella prima metà degli anni Novanta a preparare la grande alleanza con la Cina), l’istituzione chiave è la Sudanese Petroleum Corporation creata nel 1997 che gestisce esplorazioni petrolifere, contratti di produzione, imprese collegate, tra cui la Blue Nile Processing Company, una joint-venture con il governo cinese. Tra i passaggi fondamentali degli ultimi anni, il progressivo coinvolgimento di imprese indiane, malesi e soprattutto cinesi nel business petrolifero. Petrodar, un consorzio tra Cina, Malesia e Sudan (con una piccola partecipazione degli Emirati Arabi Uniti) ha costruito anche l’enorme raffineria di Khartoum.



La nuova frontiera è il golfo di guinea

Il principale produttore subsahariano è la Nigeria, però tutto il golfo di Guinea è interessato al boom petrolifero, senza tralasciare stati anche piccolissimi come la Guinea Equatoriale (una sorta di Kuwait africano retto dal dittatore di turno Nguema), fino ad arrivare all’Angola, l’altro grande esportatore. Negli ultimi anni la politica energetica degli Stati Uniti ha cercato di aumentare in maniera progressiva le importazioni di petrolio proveniente dal Golfo di Guinea per diminuire la propria dipendenza dal greggio in arrivo dai paesi arabi del Golfo Persico. Questo ha anche portato a una serrata competizione con le compagnie petrolifere francesi, molto attive per esempio in Congo (Brazzaville) e in Angola. L’altra sponda del Continente africano sembra essere quella privilegiata dagli investimenti cinesi (e in misura solo di poco minore indiani), che hanno fatto del Sudan la loro testa di ponte.



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