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“Adidas ruba i salari delle lavoratrici”. La campagna internazionale per i diritti

Nonostante 2,3 miliardi di dollari di utili solo nel 2021, il marchio si rifiuta di pagare addetti rimasti senza stipendio o licenziati in diversi Paesi a causa della pandemia. Mentre chi si opponeva a questa situazione è stato allontanato. La campagna Pay your workers promuove iniziative online e in diverse città di tutto il mondo

© Pay Your Workers

La campagna internazionale “Pay your workers” lancia una settimana di mobilitazione fino al 30 ottobre 2022 per chiedere ad Adidas di rispettare i diritti dei lavoratori lungo tutta la sua catena di fornitura, garantendo il pagamento di uno stipendio adeguato e garanzie in caso di licenziamento. “Adidas ruba i salari delle lavoratrici” è il titolo dell’iniziativa: durante la pandemia da Covid-19 il brand tedesco infatti non ha garantito ai lavoratori delle fabbriche che confezionano felpe e magliette il pagamento degli stipendi. La campagna inoltre chiede all’azienda di contribuire a un fondo di garanzia per proteggere gli operai della filiera tessile in caso di fallimento della fabbrica o di licenziamenti di massa e di tutelare il loro diritto a organizzarsi in sindacati e a contrattare collettivamente.

Pay your workers -che vede unite 260 realtà tra sindacati e organizzazioni della società civile nata all’indomani della pandemia per chiedere il pagamento degli stipendi non corrisposti ai lavoratori- evidenzia come la maggior parte della produzione dell’azienda sia situata in Paesi in cui i sistemi di protezione sociale sono inadeguati o addirittura inesistenti. A causa di queste mancanze diversi lavoratori e lavoratici dell’industria tessile sono rimasti senza stipendio quando le fabbriche sono state costrette a chiudere a causa del Covid-19. Anche se nel 2021 ha prodotto utili netti per 2,3 miliardi di dollari, la società si rifiuta di pagare alle operaie di otto stabilimenti produttivi in Cambogia 11,7 milioni di dollari di salari che spettano loro per i primi 14 mesi della pandemia (pari a 387 dollari per ciascuna). Ma anche molte lavoratrici che non sono più impegnate nella produzione di capi d’abbigliamento per il brand stanno aspettando i loro soldi: sempre al diffondersi del Covid-19 un altro fornitore cambogiano (Hulu Garment) avrebbe “truffato 1.020 dipendenti per indurli a dimettersi ed evitare così di pagare loro la liquidazione”, si legge in una lettera di Pay your workers. In questo caso Adidas dovrebbe versare circa 3,6 milioni di dollari.

Al mancato pagamento di stipendi e liquidazioni si accompagnano repressioni dei sindacati e del diritto di sciopero. Nel maggio di quest’anno 5.600 dipendenti di un altro fornitore di Adidas in Cambogia (Can Sports Shoe) hanno interrotto il lavoro per protestare contro il mancato versamento dei salari. Per tutta risposta i titolari dell’azienda locale hanno fatto arrestare i leader sindacali. “Adidas è responsabile di ciò che accade nelle fabbriche che costituiscono il suo impero globale e deve assumersi tali responsabilità in ogni Paese in cui produce i suoi capi -denuncia Pay your workers-. Ciò nonostante, non lo ha ancora fatto”-

La pandemia non ha colpito solo i lavoratori di Adidas, ma ha peggiorato le condizioni di tutte le donne e tutti gli uomini impiegati nel settore tessile in diversi Paesi del Sud globale, in particolare in Asia. “I capi che indossiamo sono prodotti da circa 35 milioni di lavoratori che percepiscono tra gli stipendi più bassi del mondo”, ricordano da Pay your workers. Secondo la ricerca “Un(der) paid in the pandemic” pubblicata in Italia dalla campagna Abiti puliti nel 2020, solo nei primi tre mesi della pandemia i lavoratori tessili hanno perso più di tre miliardi di dollari. La gravità della situazione è confermata da un’analisi sulle catene di fornitura mondiali diffusa a ottobre 2020 dal Center for global workers’ rights: “Coloro che hanno mantenuto il proprio posto di lavoro hanno dichiarato di aver visto una riduzione dello stipendio del 21%”, si legge. Inoltre i fornitori locali dei principali brand di moda internazionali hanno licenziato in media il 10% dei dipendenti, colpendo in maniera mirata i più “sindacalizzati”.

Durante la settimana di mobilitazione si svolgeranno manifestazioni in 20 città del mondo tra cui Berlino, Los Angeles e Dacca. In Italia sono previste diverse iniziative a partire da Bologna dove il progetto di arte pubblica CHEAP, che promuove la street art come strumento di rigenerazione urbana e indagine del territorio, esporrà dei manifesti per protestare contro l’azienda. In seguito a Milano, Torino, Genova, Firenze, Fidenza, Parma, Roma e Trento sono previsti eventi e flashmob di piazza. Oltre alle iniziative collettive il movimento invita ad azioni individuali: come partecipare a campagne di mail bombing e di pressione sui social dell’azienda oppure organizzare manifestazioni e volantinaggi presso il negozio Adidas più vicino (rintracciabile grazie al tracker messo a disposizione dalla stessa azienda) e consegnare una lettera di protesta al gestore del negozio.

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