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Ambiente / Opinioni

Aboliamo lo stato di calamità e chiediamo uno stato di responsabilità

© Markus Spiske - Unsplash

Emergenze e crisi non sono colpa della natura “matrigna” o “impazzita”. Dietro di loro ci siamo noi e il nostro modello di sviluppo. Invocare stati eccezionali è solo uno specchietto consolatorio per distrarre dalle vere responsabilità, specie quelle dei decisori e dei proponenti di opere ed eventi folli, scrive Paolo Pileri

Xylella, bostrico, tempesta di Vaia, Marmolada, siccità, incendi boschivi, pandemie, etc.. Potremmo andare avanti tanto a elencare tutte quelle che definiamo “sciagure ambientali”, per le quali gli interessati si sono dati da fare per ottenere lo stato di emergenza prima e di calamità poi. Questi due “stati” corrispondono a due livelli di intervento pubblico ai quali sono legate delle ingenti spese pubbliche.

Quando qualcosa non va, lo Stato, bistrattato fino a un momento prima, interviene a compensare, ristorare, riparare, alleviare. Con lo stato di emergenza scende in campo la Protezione civile con tutti gli annessi e connessi finanziari e con lo stato di calamità interviene il ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali (Mipaaf), dando sussidi ai danneggiati. E tutto questo noi lo chiamiamo allegramente emergenza e calamità e lo annunciamo al telegiornale come se fosse una giusta ricompensa a chi è martoriato da una natura arcigna. Ma è davvero così?

No. Oggi, nel bel mezzo della più grande crisi ecologica del Pianeta, quei concetti di emergenza e calamità servono solo per continuare a scaricare colpe sulla natura facendola figurare cattiva e sleale, che ci colpisce a tradimento quando non ce lo aspettiamo, che danneggia i nostri raccolti di mais anche se sono per una zootecnia eccessiva, che attacca senza pietà le nostre piantagioni da frutto o forestali anche con insetti tropicali che oggi hanno trovato il loro habitat grazie alle nuove temperature.

Ma emergenze e calamità non sono colpa della natura. Dietro di loro ci siamo noi e il nostro modello di sviluppo. Invocare emergenze e calamità è solo uno specchietto consolatorio per distrarre tutti dalle vere responsabilità, soprattutto quelle dei decisori e dei proponenti vari di cose folli. Chi continua ad andare in direzione ostinata e contraria, chi continua a ignorare l’urgenza di cambiare, chi pensa che il mercato sia l’unica regola (tanto poi se qualcosa va storto si ristora con i soldi pubblici), chi è attaccato a modelli finanziari che sfruttano risorse, beni comuni e persone, chi si solletica con eventi, giochi e spettacoli in posti sensibili e improbabili, chi pervicacemente propone cemento ovunque, pure nelle aree a rischio frana e si regala il lusso di saltare le valutazioni ambientali, si prenda davvero le sue responsabilità e paghi di persona le scelte sbagliate anziché farle pagare a tutti noi e all’ambiente.

Le calamità arrivano da costoro e da quanti di noi accettano senza porsi dubbi su autostrade, olimpiadi, pedemontane, concerti in spiaggia, parcheggi, turismi di massa, agricolture folli, menù tropicali. E come se non bastasse, ai cittadini non vengono mostrati i conti di emergenze e calamità come si dovrebbe. Quanto abbiamo speso per le emergenze? E per le calamità? E quanto spendono i Comuni? Nessuno lo sa con precisione ma non perché è impossibile saperlo, bensì perché chi governa colpevolmente non tiene le fila dei conti e soprattutto non li pubblica in modo chiaro e accessibile per tutti.

Un esempio. A oggi (13 luglio 2022) sul sito della Protezione civile la rendicontazione degli stati di emergenza non è disponibile (la pagina è in aggiornamento), i servizi erogati contabilizzati sono ridotti a uno solo da un milione di euro circa e quel che si trova è un file excel datato ancora gennaio 2021 dentro il quale c’è un mix delle spese erogate dal 2013 in poi per varie emergenze (da Covid-19 a sismi, frane e alluvioni) per un ammontare di tre miliardi di euro (ma è sicuramente solo una parte).

Sul sito del Mipaaf poi la sezione “banche dati” non riporta informazioni contabili sulle calamità e la pagina dedicata al Fondo Solidarietà Nazionale – Calamità naturali non è aggiornata e riporta ancora e solo alcuni commenti datati 2006 e 2007, anni in cui peraltro si parlava già di prolungata siccità. Greenpeace ha pubblicato l’anno scorso un report mostrando gli unici dati disponibili (quelli dello stato di emergenza meteo-idro) dai quali emerge una spesa di oltre 20 miliardi di euro tra 2013 e 2019, ovvero il 10% circa del Pnrr, tanto per intenderci. E questi soldi pubblici pare che coprano solo il 10% dei danni subiti da frane e alluvioni.

Quindi ci cascano addosso danni che siamo noi a procurare, si spendono un sacco di soldi, si propongono eventi e opere folli che però non vengono connesse ai danni che generano, si fa poco e nulla per evitare, non si pubblicano le spese come si dovrebbe o ci vuole un esploratore per scovarle e alla fine nessuno è responsabile dei costi pubblici che i danni generano, ma è la natura arcigna e cattiva con le sue calamità ed emergenze. Capite che così non ha senso lo stato di calamità mentre al suo posto dovremmo avere lo stato di responsabilità e non compensare chi si ostina a provocare e danneggiare la natura, ignorando lo stato di precarietà ecologica nel quale siamo.

Bene ha fatto Enrico Deluchi, dopo quanto accaduto sulla Marmolada, a mettere in guardia chi continua a proporre una olimpiade invernale in una montagna che cade a pezzi, dove lo zero termico è a oltre 4.000 metri senza che ciò impensierisca neppur di striscio i vari Zaia, Sala, Fontana, Draghi che stanno sostenendo delle Olimpiadi che aggraveranno la situazione nelle Alpi e sulle cui opere non sappiamo nulla (sul sito ufficiale non vi è traccia di una lista di opere né di un monitoraggio degli effetti ambientali). Allora portiamoci avanti e provocatoriamente chiediamo di abolire lo scudo dello stato di emergenza e di calamità per costoro e i loro giochi. Introduciamo uno stato di responsabilità climatica ed ecologica: che paghi, politicamente e finanziariamente, chi continua a essere calamitoso verso la natura e le comunità. E non più l’inverso.

Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “L’intelligenza del suolo” (Altreconomia, 2022)

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