Ambiente

L’orto condiviso di Bologna

Una cooperativa di cittadini, per gestire un’area verde da zappare nel “Parco città campagna” —

Tratto da Altreconomia 148 — Aprile 2013

Arvaia vuol dire pisello in dialetto bolognese. E Arvaia (arvaia.it) è il nome della cooperativa di cittadini e contadini nata nel 2013 ai piedi dei colli. Per incontrarli bisogna sporcarsi le scarpe di fango, mettere i piedi tra le zolle di terra dove tra qualche mese spunteranno carote e zucchine. A prendere in mano zappa e badile nel Parco Città Campagna, non saranno uomini e donne con il pollice verde ma impiegati, liberi professionisti, insegnanti che hanno deciso di diventare soci, fruitori e produttori allo stesso tempo.
Arvaia è nata il 15 febbraio scorso. Manca ancora una delibera del Comune di Bologna, prevista entro fine marzo 2013, che definirà le modalità per l’assegnazione dell’area, ma la cooperativa è già al lavoro. I soci hanno scelto di incontrarsi per iniziare a discutere di un regolamento, di spese da sostenere, di come fare le cassette di verdura che verranno a prendersi, proprio nel luogo dove inizieranno a vangare e a seminare. Qualcuno di loro è già pratico del mestiere, gestisce orti comunali. Altri sono alla prima esperienza: “Quanto tempo dovrò dedicare alla settimana?”, chiede Paola.
Alla base del progetto c’è la volontà di promuovere la riappropriazione della terra e un ritorno alle radici e alla cultura rurale, in un’ottica di gestione partecipata della produzione agricola. Il mese di marzo segna l’avvio del primo ciclo produttivo: “Inizieremo con la coltivazione di legumi, insalata, bietole, cicoria, aglio e cipolle -ci racconta Cecilia Guadagni, una dei tre contadini impiegati da Arvaia e vicepresidente della cooperativa- poi proseguiremo con il ciclo estivo e con quello autunnale, seguendo la stagionalità”. Tutti prodotti coltivati tramite agricoltura biologica che saranno distribuiti nel raggio di pochi chilometri. Il Parco Città Campagna, in cui si trovano i terreni, è un’area di proprietà del Comune di Bologna di 47 ettari, nel quartiere Borgo Panigale. “Un progetto di ricostruzione del paesaggio tipico della campagna bolognese -ci spiega Francesco Errani, consigliere comunale- affidato all’Asp (Azienda pubblica di servizi alla persona) Poveri Vergognosi, che è fermo dal 2007, anche a causa dell’instabilità politica che ha vissuto Bologna negli ultimi anni”. Errani è il mediatore tra i cittadini costituiti nella cooperativa e l’amministrazione: “C’è la volontà politica da parte del Comune di sostenere il progetto -assicura- ma la burocrazia e la difficoltà di comunicazione tra i diversi assessorati coinvolti e le rispettive strutture tecniche hanno prolungato i tempi”.
Nel frattempo, i cittadini agricoltori stanno già pensando a risolvere i problemi legati all’acqua, alla costruzione di un pozzo, alla gestione di un frigorifero nella stagione estiva per non far marcire la frutta e la verdura.
La cooperativa nasce nel solco dei Csa (Community Supported Agricolture, agricoltura sostenuta dalla comunità) associazioni di cittadini presenti in Europa e nel mondo, che si fanno attori nella produzione di cibo biologica e sostenibile.
In Italia, Arvaia è la prima esperienza strutturata che si sviluppa su questo modello. Elemento caratterizzante dei Csa è la partecipazione attiva dei soci, cui è richiesto, oltre alla quota e a un contributo annuale alla produzione, un aiuto, quantificato in un minimo di quattro mezze giornate di lavoro all’anno, per supportare la coltivazione dei campi o la parte logistica e della distribuzione degli ortaggi. Roberto Risi, ex tecnico informatico convertito all’agricoltura, socio fondatore della cooperativa, è un produttore di Monte San Pietro, un paese nella provincia di Bologna che rifornisce i Gas della zona: “Ho studiato le esperienze di Csa all’estero, in Francia, in Svizzera, e grazie anche al contatto con i gruppi di acquisto solidale ho capito che anche nel nostro territorio c’era lo spazio per replicare un’esperienza simile che fosse in grado di rispondere all’attenzione crescente da parte dei cittadini di prodotti sani e coltivati secondo criteri rispettosi dell’ambiente”.
Il 10 marzo i soci di Arvaia si sono riuniti per una giornata di lavoro. Roberto spiega ai meno avvezzi i trucchi del mestiere. Seduti in crocchio sull’erba, lo ascoltano come un maestro. Si dividono in tre gruppi: comunicazione, partecipazione e agricoltura.
“Abbiamo raccolto le disponibilità e le competenze che ognuno può mettere a disposizione del progetto -ci spiega Alberto Veronesi, agronomo e presidente della cooperativa- abbiamo co-progettato le modalità di distribuzione degli ortaggi, che sarà organizzata con l’attenzione a coniugare l’esigenza di pianificazione della produzione, la stagionalità, i bisogni dei soci e la riduzione al minimo dell’impatto ambientale”.
Arvaia ha in programma di organizzare dei momenti agricoli collettivi “perché questa terra è un bene comune, è di tutti”, afferma Cecilia. A differenza di altre esperienze simili nel mondo, Arvaia intende sperimentare questa nuova forma di gestione diretta di un terreno di proprietà pubblica.
Il futuro di Arvaia è tutto da costruire, ma sono tante le idee in campo, a partire da quella di fare rete con altri soggetti presenti sul territorio. Nell’area del Parco città campagna si trovano diverse realtà cittadine: dalla scuola steineriana alla cooperativa sociale Il Baobab, che opera con disabili psichici, al centro sociale anziani Villa Bernaroli, antistante agli orti comunali assegnati a persone residenti nel quartiere.
“La prospettiva -spiega Alberto- è di creare un ‘comitato di gestione del bene comune’ composto da tutte le realtà presenti nel Parco, come laboratorio sperimentale in cui attivare sinergie e progetti condivisi”. Arvaia vuole dar vita a degli orti didattici, in collaborazione con la scuola steineriana e lavorare insieme all’università e all’istituto di agraria di Bologna, promuovendo dei periodi formativi e dei tirocini. Sarà fatta formazione ai soci attraverso corsi; alle scuole primarie e secondarie, inserendosi nella rete delle fattorie didattiche, per raccontare e vivere l’agricoltura contadina, come concreta forma di sostentamento e libera dai condizionamenti del mercato globale perché legata all’alleanza con le risorse locali della città. “Se il progetto funzionerà e si estenderà, l’obiettivo -spiega Cecilia- è anche di dare opportunità di lavoro a persone svantaggiate e di rendere il progetto accessibile anche a categorie più deboli della popolazione, prevedendo la possibilità di aderire e fruire dei prodotti in cambio di ore di lavoro anziché di un contributo economico”. La campagna associativa è appena partita, i soci sono oltre 50, ma si prevede di raggiungere il centinaio in poco tempo. Zappa e badile non mancano per nessuno. —

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