Diritti / Attualità

Soccorsi ai migranti, in arrivo una (pessima) svolta

Le autorità libiche si apprestano a definire -con il supporto dell’Italia e i fondi europei- una “zona di ricerca e soccorso” nel Mediterraneo (SAR) sotto loro supervisione. Quando sarà attiva, alla Libia spetterà di occuparsi dei migranti alla deriva, con il ritiro delle navi non governative e istituzionali. E conseguenze preoccupanti sull’efficacia dei soccorsi

Un naufragio nel Mediterraneo © Opielok Offshore Carriers

Le autorità libiche si apprestano a dichiarare l’istituzione di una zona di ricerca e soccorso (SAR) dei migranti alla deriva nel Mediterraneo posta sotto il diretto controllo e coordinamento di un “centro” autonomo. Un muro in mezzo al mare che potrebbe sollevare i Paesi europei dai soccorsi a spese dei migranti. Concepito dalla Commissione europea e costruito con il contributo determinante dell’Italia, gli mancano ormai pochi mattoni.

Uno di questi è stato posto a metà giugno 2018, quando le autorità libiche hanno inoltrato all’Organizzazione marittima internazionale (IMO) i primi riferimenti di un centro di coordinamento dei soccorsi (Rescue coordination centre, RCC) di stanza a Tripoli. Nulla più. Altri dati, a partire dalle coordinate della citata regione di ricerca e soccorso, non sono stati ancora resi disponibili. Contattata da Altreconomia il 20 giugno, l’IMO ha però riferito di attendersi dettagli al più “presto”.

I “riferimenti” del Rescue coordination centre libico sul portale dell’Organizzazione internazionale marittima – aggiornato al 21 giugno

Al momento una SAR libica non esiste, data l’assenza di un’entità territoriale unica e il limitato controllo svolto dalle autorità di Tripoli (come ribadisce da tempo anche Fulvio Vassallo Paleologo, avvocato ed esperto di diritto internazionale). L’hanno riconosciuto da ultimi il tribunale di Ragusa -nel caso del sequestro della nave Open Arms della Ong ProActiva- e la Procura di Palermo -nell’archiviazione a carico della Golfo Azzurro-. Sta di fatto che la previsione formale di una SAR potrebbe legittimare l’attività di intercettamento dei migranti alla deriva da parte dei libici con il conseguente ritiro delle navi di soccorso, soprattutto italiane. E le conseguenze si rifletterebbero sulla pelle di chi non è soccorso tempestivamente.

“L’ultima iniziativa dell’IMO giunge dopo una riunione svolta a Londra presso l’ambasciata italiana qualche settimana fa tra le autorità diplomatiche interessate, la Guardia costiera italiana e la stessa IMO, dove si è dato conto di una ‘discussione in atto nelle istituzioni ed agenzie europee in materia di cooperazione nelle funzioni di Guardia Costiera'”, spiega Vassallo Paleologo. “Non credo che la SAR abbia i requisiti previsti per le zone di ricerca e soccorso di qualsiasi Paese del mondo. La Libia infatti non ha entità territoriale unica e le autorità di Tripoli che dovrebbero esserne responsabili potranno controllare al massimo 30-40 miglia”. Secondo l’avvocato, la pressione sulla dichiarazione della SAR arriva dal ceto politico. “La SAR libica è spacciata per soluzione del problema migratorio e giustificazione della delega alle guardie costa libiche. Che di fatto significa abbandonare navi cariche di migranti in fuga dai lager di quel Paese. Ma tra il propagandare e il garantire un’effettiva attività di ricerca e soccorso da parte della Libia c’è di mezzo il mare e le centinaia di vittime già accumulate da quando questa brutta vicenda è iniziata, un anno fa, con la denigrazione delle Ong e l’allontanamento di un assetto di soccorso che aveva garantito il salvataggio di decine di migliaia di persone”.

Lo scenario è in movimento. E il passo fatto a metà giugno è l’ultima di una lunga serie di “mosse” delle autorità libiche in tema di SAR e di controllo delle acque del Mediterraneo.

Il 10 luglio 2017, infatti, il presidente dell’Autorità portuale e dei trasporti marittimi della Libia, Omar Al-Gawashi, aveva già spedito una comunicazione stringata al Segretario generale dell’IMO, Kitack Lim. Poche righe per comunicare proprio l’istituzione di un’area di responsabilità SAR e chiedere “gentilmente” di inoltrare a tutti gli Stati membri la lettera timbrata e sottoscritta. In quella dichiarazione, però, l’area SAR indicata dalla Libia lasciava tra le altre cose un pezzetto di mare orfano tra le SAR libica, egiziana, maltese e greca. Una “fetta” esclusa da alcuna area di ricerca e soccorso.

La lettera inviata dal presidente dell’Autorità portuale e dei trasporti marittimi della Libia, Omar Al-Gawashi, all’IMO il 10 luglio 2017

A rilevarlo era stata la Guardia costiera italiana, che dal maggio 2017 coordina (nella persona dell’ammiraglio ispettore Nicola Carlone) il “Libyan Maritime Rescue Coordination Centre Project” (LMRCC), gestito dall’Italia e finanziato dalla Commissione europea (1,8 milioni di euro). Lo scopo del progetto è duplice: assistere le autorità libiche nella dichiarazione di una zona SAR “in accordo con il diritto internazionale” e procurare attrezzature e formazione specializzata ai libici per la creazione e l’operatività di un autonomo Centro per la ricerca ed il soccorso in mare. Con l’aggiunta esplicita di “ridurre gli eventi SAR direttamente gestiti dai Paesi europei”. Il “Grant Agreement” risale al 22 giugno 2017 e il termine è fissato all’agosto 2018.

La zona SAR dichiarata dalla Libia nel luglio 2017

La prima e prematura dichiarazione di Al-Gawashi, alla luce di quell’annotazione firmata da due tenenti della GC italiana datata 13 settembre 2017 e dei rilievi dell’IMO, viene quindi annullata e riproposta il 14 dicembre 2017, come confermato anche nell’ultimo report SAR della Guardia costiera italiana. Il tutto è avvenuto sotto lo stretto monitoraggio della Commissione europea, che a fine aprile ha confermato per bocca del commissario per le migrazioni, gli affari interni e la cittadinanza, Dīmītrīs Avramopoulos, la “rettifica” dell’Autorità libica e dato conto dei fondi stanziati per l’EU Emergency Trust Fund for Africa, che comprende anche il tema dei confini libici: 46,3 milioni di euro. Anche IMO era perfettamente al corrente del rilancio, come conferma il documento di aggiornamento che il sub-comitato alla navigazione, comunicazioni e SAR ha ricevuto dall’Italia il 15 dicembre per fare il punto sul “Libyan Maritime Rescue Coordination Centre”.

Da dicembre, il lavoro del LMRCC è andato avanti. L’ultimo incontro del Progetto si è tenuto a Genova tra il 9 e l’11 maggio 2018 e ha visto la partecipazione di 12 delegati libici rappresentanti dei ministeri degli esteri, della difesa, delle comunicazioni e della Guardia Costiera militare.

Poi è giunta la parziale comunicazione all’IMO da parte delle autorità libiche sul centro SAR di Tripoli, sprovvista al momento di riferimenti, coordinate, indicazioni precise. “Se mai fosse istituita una zona SAR libica e definito un ‘loro’ MRCC credo che sarebbe la fine per le attività delle Ong”, commenta amara una fonte che si occupa di soccorso in mare. “Il centro libico dovrebbe coordinare le operazioni di soccorso e assegnare il porto di sbarco, che a quel punto sarebbe la Libia”.

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