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Economia / Opinioni

Mercati, la vera “preoccupazione” non è sul referendum

La ripresa dell’inflazione, la riduzione dell’offerta globale di petrolio, l’esplosione dei prezzi e la nuova strategia isolazionista degli Stati Uniti guidati da Donald Trump. Ingredienti complessi di una speculazione finanziaria preoccupante. L’analisi di Alessandro Volpi

Dopo parecchio tempo sembrano riemergere alcuni evidenti segnali di ripresa dell’inflazione. Si tratta di una tendenza non legata ad un aumento dei consumi, ma piuttosto a diversi fattori di natura geopolitica che fanno presagire scenari non troppo rassicuranti. Se infatti una limitata dose di inflazione potrebbe alleviare gli effetti del debito, rendendolo meno pesante, e potrebbe migliorare gli orizzonti degli investitori, una dinamica dei prezzi non controllata -perché dipendente, appunto, da nuove tensioni politiche- rischia di innescare circuiti tutt’altro che virtuosi.

Il primo fattore “inflazionistico” è rappresentato dall’avvertibile rialzo del prezzo del petrolio che, nel caso del Brent, è ormai arrivato assai vicino ai 50 dollari al barile. Si è fatta strada, con sempre maggiore forza, tra i Paesi membri dell’Opec la volontà di tagliare la loro produzione di circa 1,5 milioni di barili al giorno, abbassando così l’offerta globale ad una quantità di poco superiore ai 32 milioni di barili giornalieri. Una simile scelta è certamente guidata da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait che immettono sul mercato, oggi, la quantità record di 16,5 milioni di barili al giorno; una produzione estremamente estesa, finalizzata a mettere fuori gioco i loro concorrenti, incapaci di produrre a prezzi molto bassi e dunque destinati ad uscire dal mercato in un lasso di tempo assai breve. Sarebbe sufficiente tuttavia che i tre Paesi del Golfo decidessero un taglio della loro produzione del 10% per riportare rapidamente il prezzo del petrolio sopra i 100 dollari al barile; non pare essere questa la soluzione che i tre big adotteranno, ma certo l’intenzione di trovare un accordo con altri Paesi per permettere la già accennata risalita dei prezzi pare molto chiara e tecnicamente ben poco complessa. Le motivazioni politiche, o meglio geopolitiche, in tal senso ci sono tutte.

Un prezzo del petrolio più alto può favorire l’Iran appena liberato dal vincolo delle sanzioni Usa, che punta ad esportare nel giro di poco tempo circa 4 milioni di barili al giorno. In questo modo il governo degli ayatollah avrà le risorse per svolgere le funzioni di baluardo nei confronti del sedicente Stato islamico contro cui combatte anche l’Iraq, ugualmente interessato ad una significativa rendita petrolifera, che attrae in analoga misura l’Indonesia da poco rientrata nell’Opec dopo una volontaria sospensione. In altre parole, la tendenza rialzista del petrolio pare dipendere dall’intenzione dei principali produttori di avere più mezzi per fronteggiare, nell’ambito di un sia pur anomalo schieramento, la minaccia dell’Isis; un pericolo rispetto al quale sembra indebolirsi ancor di più la protezione americana. Il neoisolazionismo del presidente Trump induce infatti numerose “monarchie del petrolio” a ricostruire alleanze e accordi commerciali capaci di dotarsi di efficaci strumenti di prevenzione e repressione dei fenomeni dell’islamismo più radicale, facendo appello proprio alle risorse derivanti da un prezzo del petrolio più alto. Accanto alla spinta geopolitica si pone una propulsione per il prezzo del petrolio che deriva dalla doppia dinamica del mercato, rappresentata dal dato reale della crescita della domanda petrolifera, in aumento negli ultimi quarant’anni di circa un milione di barili al giorno, e dal dato finanziario della perdurante, gigantesca speculazione sui titoli petroliferi, in grado di aumentare o di abbattere i prezzi in misura esponenziale.

È chiaro che in una fase di attesa di un aumento, come quella attuale, l’azione della speculazione punterà decisamente al rialzo, con effetti non banali. Un secondo fattore geopolitico che alimenta l’inflazione è rintracciabile nel corollario più naturale del già accennato isolazionismo USA e individuabile nel protezionismo. La chiusura delle singole economie nazionali, a cominciare da quella più forte del mondo, tende a determinare un rialzo del prezzo dei prodotti perché rompe il circuito della libera circolazione delle merci e quindi impedisce ai consumatori di poter acquistare tali merci dove costano meno. Il protezionismo, inoltre, spezza il ciclo del decentramento produttivo, tipico della globalizzazione, nell’ambito del quale i prodotti erano il risultato dell’assemblaggio di più fasi produttive dislocate in diverse aree del mondo dove i costi di materie prime e forza lavoro erano i più bassi possibili. Il superamento che Trump ha annunciato dei grandi trattati multilaterali, come la Trans Pacific Partnership, voluta da Obama, del TTIP con l’Unione europea e persino del Nafta con Canada e Messico, sembra lasciare il posto alla strategia degli accordi bilaterali, in cui gli USA, economia più forte, fissano le condizioni dello scambio commerciale con i singoli Paesi più deboli: in una simile dinamica è probabile che i prezzi di molti beni si apprestino a salire perché si ridurranno gli spazi della concorrenza internazionale. Ma se l’inflazione torna a far capolino sarà inevitabile un brusco raffreddamento delle politiche espansive delle banche centrali, BCE e Fed in primis, per evitare che la svalutazione monetaria si aggiunga al rialzo dei prezzi nell’accrescere il livello dell’inflazione. Per l’Italia ciò significa maggiori difficoltà nel finanziare il proprio debito e quindi spread in veloce risalita. Forse questa prospettiva, assai più dell’esito del referendum, sembra preoccupare i mercati e causa forti paure rispetto al futuro nostro paese.

Alessandro volpi, università di pisa

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